Aiuto! Non so chi sono!

Gen 16

Nessuno sa chi sono, nemmeno io.

So che cosa non sono. Per esempio non sono bassa, non sono grassa (solo un po’ morbida), non sono una parrucchiera, non sono una commerciante, non sono un’insegnante. Ah sì, in effetti ho un contratto di docenza all’università e conduco corsi di storia del libro per bambini e adulti, ma non è lo stesso, è ovvio.

Non sono un’insegnante ma nemmeno una studiosa, perché non ho fatto abbastanza ricerca. Capita che debba lavorare per vivere, come la maggior parte delle persone, e in Italia è difficile farsi pagare per fare ricerca.

Ah, certo. Ho studiato e fatto ricerca per schedare e identificare i manoscritti su cui ho lavorato o per i libri che ho scritto, ma non è lo stesso, ne sono consapevole.

Non sono un’insegnante, non sono una studiosa. Non sono nemmeno una bibliotecaria.

Ah certo, lavoro con i libri, in biblioteca, ma non sono una bibliotecaria, vuoi che non lo sappia?!

Non sono nemmeno una scrittrice.

Ah, certo. Ho scritto dei libri, e anche delle storie che leggo ai bambini con cui lavoro, ma non è la stessa cosa, no. Lo so.

Non sono nemmeno una casalinga.

Ah, certo. Conduco io la casa, nel senso che me la pulisco me la cucino.. ma non sono una casalinga.

Insomma, nessuno sa come chiamarmi, e nemmeno io.

Non so nemmeno io come definirmi.

Beh, in effetti, di solito mi definisco con dei nomi abbastanza affettuosi, tranne quando mi arrabbio con me stessa ché allora sono severa e rigorosa come uno scaricatore di porto.

Dunque che cosa sono? mah.

Si ha tanto bisogno di incastrare, inscatolare, inquadrare, incriminare qualcuno in un settore, un ambito, un circuito, un genere… si ha bisogno di appartenenza, e io che non appartengo a niente e a nessuno?

Affari tuoi, mi dicono, l’hai voluto tu.

Vero.

Però questo non significa che non si debba pensare di essere ‘definita’ con realismo.

Allora lancio un appello. Vorrei sapere che cosa sono.

Anche se non risolvo così i miei problemi di sopravvivenza, almeno posso dare il codice giusto per la partita iva, posso finalmente riempire con serenità lo spazio dove si deve scrivere: professione..

Ditemi chi sono, per favore, che con i miei tredici lavori diversi quest’anno non riesco a trovare una collocazione…!

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Prima lezione di Codicologia: Marc Bloch, Danilo Dolci, Giorgio Raimondo Cardona

Nov 24

(le note che seguono sono appunti ordinati per un lavoro più ampio che spero di completare e mettere a disposizione in tempi non troppo lontani)

‘Non vedo i nessi…’, potreste obiettare: non si vedono nessi con la codicologia, lo studio dei libri antichi, non se ne vedono tra i tre nomi, quelli di uno storico, un sociologo-educatore (e scrittore e poeta, e molto altro…), un glottologo (storico, linguista, e, di nuovo, molto altro…), non si vedono nessi e dunque il perché. Ma ora, ça va sans dire, ve lo racconto.

Il corso che quest’anno ho proposto agli studenti dell’Università si sofferma su un aspetto particolare dello studio dei libri antichi, quello della valorizzazione, cioè della condivisione della conoscenza con chi non ne ha che un’idea parziale, nella migliore delle ipotesi. È evidente che trenta ore di lezione non sono sufficienti per comunicare e dunque imparare tutto ciò che ci sarebbe da sapere sulla codicologia e sulla didattica, oltre che per sperimentare ipotesi e soluzioni.

Credo sia necessario, dunque, lavorare per suggerire un metodo, per indicare gli strumenti che permettano di acquisire consapevolezze non solo ‘didattiche’, ma anche storiche (in un’accezione ‘esistenziale’, di scelta). Per fare questo, ho deciso di cominciare proponendo la conoscenza di questi tre uomini, suggerendo, cioè, quelli che secondo me potrebbero essere dei modelli.

Bloch, Dolci e Cardona hanno posto al centro dei loro interessi l’uomo, anzi gli uomini, le attività degli uomini, in cui sono comprese le relazioni e le loro dinamiche.

Con i loro studi e le loro parole, che rispecchiano in maniera sorprendente le loro scelte di vita, hanno dimostrato la complessità e l’importanza di affrontare il soggetto ‘uomo’, e l’imprescindibilità della storia per comprendere il presente.

Il motivo principale di questa mia decisione è l’ammirazione viscerale che nutro per questi uomini e per ciò che hanno insegnato, quindi il principale fil rouge che lega le loro esperienze è la mia sensibilità. Potete farmene una colpa? Lo studio, e non solo, non parte sempre da una scelta personale?

È una questione di scelta, di coscienza, che metto sul tavolo per poter discuterla. Ma che i giovani studenti debbano conoscerli, o approfondire la loro conoscenza, e anche avere l’opportunità di parlarne, questo mi sembra oggettivamente importante.

Il secondo motivo, sempre legato a me e alla mia attività di insegnante (mi perdonino gli insegnanti veri) è che nei miei studi ho imparato e interiorizzato anche le parole di tutti e tre questi personaggi, apparentemente così diversi, a dimostrare come sia fondamentale, e vitale, ampliare i propri orizzonti (nella piena consapevolezza dei miei limiti, naturalmente). Non è sufficiente leggere di storia del libro per conoscere la storia del libro e soprattutto per condividerla, è importante che la mente si abitui ad affacciarsi in altri cortili, dove si fanno altri giochi, dove scorrazzano altri animali…

Il terzo, che riguarda ancora me e anche se questo scritto trabocca di autoreferenzialità, voglio dirlo ugualmente, è che sono stanca di falsi maestri, da intendersi non solo come dispensatori di dottrine fuorvianti (da quali diritte strade?), ma anche come persone che nulla hanno da dire perché nulla sanno (sono?) e che si nascondono in luoghi in cui esercitano un potere, per esempio dietro una cattedra, o da un’istituzione culturale, da cui dispensano arroganza e informazione di dubbia utilità. Molto di personale, è ovvio. Ma ritengo che chi fa cultura abbia una responsabilità e che molti, oggi, questa responsabilità non la concepiscano nemmeno.

La lezione ha preso avvio da questa domanda: “A che cosa serve la storia?”, con cui inizia l’introduzione dell’ultimo libro scritto, e mai completato, da Marc Bloc, Apologia della storia o Il mestiere di storico, una domanda posta dal piccolo figlio e cui Bloch dice di non aver saputo rispondere in modo esauriente.

Per modestia, è chiaro, ma anche perché la richiesta ha generato in lui il turbamento di uno studioso onesto che si pone piuttosto il problema della legittimità dello studio della storia, e dunque della sua utilità.

Una ‘utilità’ che si deve verificare sui metodi, sui confronti, sulle riflessioni, sul proprio presente e la propria esistenza, come sul presente e l’esistenza di altri. Come è possibile capire l’oggi e ciò che siamo, senza conoscere la Storia, cioè il cammino fatto per arrivare a oggi?

A queste domande e riflessioni, ho aggiunto il racconto dell’opera di Danilo Dolci. Ho pensato che durante il corso si  lavorerà e si discuterà di didattica e di condivisione di conoscenze, e quindi che il suo pensiero e il suo agire potrebbero essere illuminanti.

È stato un uomo di grande spessore, ma oggi è ricordato e ri-conosciuto da pochi. Eppure, a mio avviso, il suo lavoro, il suo esempio, il suo insegnamento meritano di essere compresi più di quanto siano, soprattutto in questo momento storico, soprattutto fra i giovani.

Il tipo di approccio, cioè il modo di porsi, la capacità di mettersi in gioco che lui ha avuto, non è certo ‘sorpassato’ o legato a un contesto particolare, ma apre possibilità di riflessione di  non lieve entità. Molti dei suoi insegnamenti sono stati recepiti, ma poi il tempo, nuove riflessioni, nuove informazioni, anzi, un numero mostruoso e non più gestibile di ‘informazioni’, hanno reso le sue esperienze (gli effetti), come quelle di altri maestri, più attenuate, meno incisive, non necessariamente perché superate, ma perché non se ne ricordano più i motivi, le cause, le condizioni che le hanno provocate, e dunque non se ne ricorda più la forza e l’importanza.

Scrive Danilo Dolci: «Ho cominciato a porre domande perché non sapevo», e poi, «Dopo oltre 40 anni di lavoro, mi accorgo di come sia difficile sapere, prima delle risposte, anche quale sia esattamente la natura e il ruolo delle domande». Bloch si interroga sulla legittimità del proprio lavoro, Dolci imposta il suo metodo educativo sulla maieutica, continua a domandarsi e a domandare come e che cosa possa migliorare e rendere efficace, rendere giusto il suo impegno.

Dobbiamo cominciare coll’imparare a porre domande. Forse una volta certe domande sono state importanti perché erano ‘nuove’. Ora saper fare le domande è un’altra volta una novità, e anche un’urgenza. Il dialogo per la conoscenza è la ricerca di una risposta. Non è solo una conversazione. Chi fa le domande costruisce insieme a un interlocutore lo scambio per arrivare a una risposta. La differenza tra i due potrebbe stare nella capacità di porgere la prima domanda e di incalzare il ragionamento con le successive, che non tiene conto di una presunta conoscenza dell’interlocutore, ma della sua coscienza di essere in grado di costruire la risposta: una coscienza che, se manca, dev’essere sollecitata.

Di Giorgio Raimondo Cardona, è stato scritto: «fu un eccezionale personaggio non solo per la sua straordinaria dottrina, ma per il modo innovativo, creativo e accattivante di porre domande e suscitare problemi». Cardona è stato un glottologo, uno studioso della struttura delle lingue e dei loro elementi etimologici e strutturali, e non ha potuto fare a meno di indagare le parole, ma anche la loro scrittura e i loro segni. Ha studiato l’influenza di tali segni sulla vita degli uomini e sulle loro relazioni e tradizioni, spostando la riflessione storica dall’attenzione al nesso parola-segni, a quello pensiero-segni, elaborando una vera e propria Antropologia della scrittura (pubblicata nel 1981, e ora ristampata da UTET).

Il desiderio di conoscere, di studiare, il piacere di farlo, il piacere di condividere, questo di certo è stato un tratto comune a Bloch, Dolci e Cardona, ma questi tre uomini sono legati virtualmente dal medesimo sforzo di voler imparare a domandare.

Non è (solo) curiosità e piacere di conoscenza, è un appassionato, carnale slancio verso il desiderio di costruzione di una consapevolezza, di una coscienza attraverso l’interrogazione di persone, di documenti (scritti da e per persone), che parlano lingue e che usano segni, che tessono relazioni, che costruiscono la storia, cioè la (loro) vita.

Tutti e tre sono stati elementi di rottura con un passato, con un metodo storico, con un metodo educativo che non poteva più essere soddisfacente. Ecco perché ho parlato di questi tre personaggi. Ho bisogno di re-imparare a domandare, i libri, le fonti, ma soprattutto le persone, la storia, la mia, e anche la nostra. È necessario re-imparare a osservare, senza preconcetti, senza abitudini, senza presunte conoscenze.

Ho bisogno di imparare a insegnare quanto sia fondamentale saper domandare e saper osservare. Non per indagare la storia del libro, anche se si può sempre cominciare da lì, anzi direi che i libri siano uno straordinario punto di partenza, ma per cercare di capire quello che siamo e quello che siamo con gli altri.

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Viaggio in Inghilterra

Set 15

Non è semplice organizzare le visite a sedici biblioteche, concentrandole in dieci giorni. Soprattutto se bisogna coordinare sedici conversazioni in inglese con cui chiedere, fissare, verificare, ‘incastrare’ gli appuntamenti per poter consultare alcuni libri del Cinquecento conservati nelle biblioteche del Regno Unito.

Dopo questa prova veramente impegnativa, i dieci giorni che ho effettivamente trascorso a studiare nelle suddette sedici biblioteche sono stati come gradevoli passeggiate nella campagna inglese…

L’esperienza è stata molto interessante e stimolante. Sono entrata nelle biblioteche dei colleges di Cambridge e Oxford, ancora chiuse per le vacanze estive, ma aperte per permettermi di fare il mio lavoro. Sono stata nella spettacolare Bodleian Library, a Oxford, dove ho trovato bibliotecari assai preparati (e dotati di grande sense of humour…). A Londra, ho trascorso un paio di giorni davvero piacevoli alla British Library, complice un ospite d’eccezione come Stephen Parkin, curator dei fondi antichi, e ho scoperto l’esistenza di istituti con biblioteche assai ricche strettamente legati alla storia inglese, nemmeno troppo recente.

Sono realtà molto diverse dalle nostre e di certo godono della rilevanza che l’Inghilterra, da sempre, è in grado di dare agli investimenti sulla cultura.

Alle sedici biblioteche di conservazione, ho aggiunto, per il mio interesse e il mio piacere personale, una breve quanto intensa visita all’Idea Store di White Chapel, dove ho incontrato il suo fondatore, Sergio Dogliani. La forza, e l’efficacia, di quel progetto mi è apparsa in tutta la sua evidenza.

I ‘tradizionali’ servizi della biblioteca, che ha anche una sezione dedicata ai bambini e ai ragazzi molto vivace, sono arricchiti da un’offerta di 900 corsi (disponibili nelle cinque sedi degli Idea Stores, tutte nel quartiere di Tower Hamlets, sostenuti da fondi pubblici) che hanno come obiettivo la preparazione di persone che sentono il bisogno di conoscere meglio l’inglese, per integrarsi, oppure un mestiere, ma che creano spazi pure per coloro che desiderano avere nuovi strumenti per esprimere le proprie capacità, anche artistiche. In un quartiere come Tower Hamlets, molto grande e fatto di realtà diverse fra loro e spesso problematiche, gli Idea Stores fanno non poca differenza per la crescita culturale e dunque economico-sociale dei suoi abitanti.

Certo, gli inglesi che conoscono la propria realtà culturale ma anche quella dell’Italia, vedono le professionalità italiane decisamente più preparate e con un maggiore spessore, e devo dire che perlopiù è vero.

Ma essere molto preparati, essere degli esperti, aver costruito la propria professionalità con lacrime, sangue e passione in Italia ultimamente (ultimamente?) non ha molto senso. Vedere come siano sostenuti in Inghilterra gli istituti culturali e le biblioteche in particolare mi ha da un lato dato speranza, dall’altro mi ha preoccupato più di quanto già non sia, perché non è possibile che in Italia non ci si voglia rendere conto dell’annichilimento, e anche di una sempre più povera partecipazione sociale e politica, che dilaga anche a causa di una scarsissima cura, ma potrei dire di una sistematica avversione nei confronti di tutto ciò che è cultura, dalla scuola ai libri ai musei.

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Bambini e libri in … mostra

Lug 09

Quest’anno sono riuscita a fare quello che desideravo da tempo: organizzare un percorso con le scuole sulla storia del libro dalle origini fino ai nostri giorni.

A Bezzecca (in provincia di Trento), infatti, la Biblioteca mi ha chiesto di portare le classi quarte delle elementari della Val di Ledro in un bel viaggio nel tempo alla ricerca di libri e di scritture, un viaggio fatto di storie, Storia e laboratori, che durasse l’intero anno scolastico.

E’ stato divertente, per tutti, e lavorare con i bambini è stato, come sempre, molto stimolante, tant’è che mi sono stati permessi ‘esperimenti’ per nuovi laboratori oltre che nuovi spazi per le mie storie.

A Bolzano, invece, sono già diversi anni che accompagno gli studenti delle classi di prima media della scuola ‘Ugo Foscolo’, in un percorso sulle scritture a mano e sui codici medievali.

In entrambi i progetti, e come ogni volta che conduco le classi in una serie di laboratori, l’ultimo incontro è stato dedicato all’organizzazione di una mostra per esporre gli oggetti legati ai diversi argomenti e costruiti dai bambini.

Naturalmente i piccoli della Val di Ledro hanno avuto bisogno di un’attenzione e di un aiuto maggiore, ma la partecipazione è stata notevole da parte di entrambi i gruppi.

Democraticamente, con un sistema di proposte e votazioni, le classi hanno deciso il titolo da dare alla mostra, quindi abbiamo organizzato il percorso. Guidati da domande e osservazioni, i bambini hanno deciso il criterio di esposizione.

Come sempre, ho distribuito fra le classi gli incarichi e gli argomenti da trattare in didascalie e pannelli, lasciando che portassero avanti anche le loro originali proposte, coordinandole.

Così è stato anche quest’anno. A Bolzano, per esempio, gli studenti, più grandi e quindi con una maggiore autonomia di lavoro, hanno preparato una guida alla mostra bilingue, in italiano e tedesco, hanno messo a disposizione il quaderno degli ospiti e organizzato segnaletica e pubblicità.

Pubblico le foto dei loro lavori, immagini che danno l’idea del loro impegno e della loro creatività più di mille parole.

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Mark Twain, Il diario di Eva

Giu 22

Ironia e poesia non si trovano spesso nello stesso racconto.

“La notte scorsa la luna si è liberata, è scivolata verso il basso ed è uscita dal disegno (una perdita gravissima; al solo pensarci mi si spezza il cuore). Non esistono un ornamento e una decorazione che possano reggere al suo confronto, tanto è bella e rifinita con cura. La si sarebbe dovuta fissare meglio. Se soltanto potessimo riaverla”.

Come anche verità e sorriso. Un sorriso ironico, di chi riconosce la sua forza e, forse, o soprattutto, anche la sua debolezza… e (ri)conoscere le proprie debolezze rende le passioni più sincere e quindi più travolgenti. Lo sappiamo tutti (lo sappiamo?).

“Certi uccelli li amo per il loro canto; ma Adamo non lo amo per come canta – no, proprio no; anzi, più canta e meno riesco ad accettare che lo faccia. E tuttavia gli chiedo di farlo, perché vorrei imparare ad amare tutto quello che lo interessa.”

La grandezza di Eva raccontata da Mark Twain. O la grandezza di Mark Twain che racconta delicatamente, gentilmente, sinceramente, ironicamente della prima donna e di tutte le donne, è la lettura che vorrei dirvi di non perdere.

Non è certo (o non è solo) perché Eva fa una figura decisamente migliore di Adamo… Ma il piacere che ho provato nel leggere e rileggere un gioiello della letteratura come questo, è stato inaspettato. Oh sì, lo so che da un autore come Twain non potevo aspettarmi niente di diverso, ma il canto di Eva non è mai stato così limpido e gioioso.

E se mi permettete ancora un consiglio, cercate l’edizione di Principi & Principi, con le illustrazioni di Guido Scarabottolo. Non bisogna rinunciare ad alcuna forma di piacere.

Mark Twain, Il diario di Eva, illustrazioni di Guido Scarabottolo, Firenze, Principi & Principi, 2010 (Piccola biblioteca dell’immaginario, 5)

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Parlare di Bibbie può essere divertente

Apr 14

in effetti… E io mi sono divertita molto a parlarne, il 24 febbraio a Trento, nell’ambito del corso “L’arte narra la Bibbia”, parte del Progetto Bibbia e Arte che nasce in collaborazione con l’associazione nazionale “Biblia” e Miur, promosso dal Centro Formazione Insegnanti di Rovereto. La lezione era divisa in due momenti e il secondo era condotto dal prof. Borghi, teologo.

Per me è stata un’interessantissima opportunità di partecipare a un incontro ricco di suggestioni e di scambi, vivace soprattutto per la quantità e la qualità dei ‘punti di vista’ con cui è possibile affrontare lo studio o la riflessione sulla Bibbia e sui suoi libri. Ma, direi, su qualsiasi argomento.

Durante l’incontro ho affrontato la tematica dei libri manoscritti come ‘contenitori’ del testo biblico. I libri sono oggetti che contenevano e contengono testi, che ne permettono la circolazione, la conservazione, e quindi ne sollecitano la conoscenza e la discussione. Come ogni testo, anche la Bibbia è strettamente legata a questi oggetti, i libri.

Nella relazione ho dimostrato come un approccio codicologico, basato sulle tecniche di allestimento dei libri, sia solo un primo passo verso la conoscenza del forte legame tra libri e testi, tra contenuto e contenitore, ma soprattutto, tra i libri e i loro lettori.

Potete ascoltare la lezione cliccando su:

http://www.didamedia.tv/ondemand/adriana-paolinii-larte-la-bibbia-il-trentino

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Storie di vescovi e storie di uomini

Apr 03

È il titolo che ho proposto per un percorso riservato ai codici manoscritti esposti all’interno della mostra dedicata a Federico Vanga, Un vescovo, il suo tesoro, la sua cattedrale. La committenza artistica di Federico Vanga (1207-1218), che si chiuderà domenica 7 aprile.

I libri antichi sembrano così lontani, così difficili. Spesso la loro particolare bellezza ci emoziona e ci intimidisce. Ma quante storie possono raccontare? Storie di parole, certo, ma soprattutto storie di uomini: coloro che li hanno voluti, quelli che li hanno scritti, decorati, costruiti.

Sabato pomeriggio guarderemo i manoscritti che sono stati scelti per rappresentare l’epoca di quel vescovo: impareremo a osservare le differenze tra una raccolta di diplomi, che Vanga fece trascrivere per un più efficace controllo sui possedimenti vescovili, e i due libri liturgici da lui stesso commissionati.

Avremo l’occasione di scoprire un Sacramentario del IX secolo che contiene un importante dittico con i nomi dei vescovi trentini, e che rappresenta la fonte più antica, e forse l’unica, per conoscere i nomi dei primi capi della diocesi di Trento, compreso Federico cui è dedicata una lunga nota che ricorda il suo desiderio di rinnovare il Duomo di Trento.

Tutti sono libri che sottolineano la sua importanza e il suo ruolo politico e religioso, ma che sono anche oggetti costruiti da artigiani che hanno eseguito il volere del committente, seguendo le tradizioni e gli usi della loro epoca.

Un’occasione per incontrare realtà diverse, e affascinanti.

Vi aspetto a Trento, Museo diocesano tridentino

Sabato 6 aprile, Ore 16,00

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