Cosenza e Bernardino Telesio

Apr 13

Legato al post dedicato al Censimento delle cinquecentine del filosofo Bernardino Telesio, vi propongo ora un mio articolo uscito qualche giorno fa sulla Gazzetta del Sud in occasione dell’inaugurazione del Centro Studi Telesiani a Cosenza.

Ho capito subito che essere coinvolta nel Censimento delle Cinquecentine con le opere di Telesio sarebbe stata una preziosa opportunità per me e la mia collega Giliola Barbero. Lo studio delle opere, e dei libri che le contenevano, di un intellettuale importante per la cultura calabrese, quanto per quella italiana ed europea, era una sfida per mettere a frutto le nostre competenze e acquisirne di nuove.

Che cosa sia un censimento non è semplice da spiegare, eppure è un lavoro importante, grazie al quale si può conoscere la diffusione di un’opera e valutarne l’impatto culturale in un dato momento storico. Si può verificare il successo di un libro, di fronte a un numero abbondante di copie, o al contrario chiedersi che cosa ci sia dietro una scarsa diffusione, o nella concentrazione di presenze in un certo luogo, oppure nella diffusione di un’opera in particolare in un determinato periodo.

Si considerino in questa prospettiva le opere di Telesio, che hanno dato avvio a una svolta nel pensiero filosofico-scientifico dell’epoca moderna, opere critiche nei confronti delle teorie accreditate, e ricche di argomenti ‘rivoluzionari’, tanto da essere messe all’attenzione della commissione dell’Indice dei libri proibiti, perché venissero corrette: «in Indice prohibitus donec corrigatur». È pensando a questo che si può avere più forte la consapevolezza dell’importanza del lavoro che il Centro Internazionale di Studi Telesiani sta portando avanti.

Organizzare un censimento coinvolgendo istituti culturali italiani e stranieri non è stato banale: bisognava capire che cosa già si conoscesse e dove si potesse cercare qualcosa di nuovo. Abbiamo consultato centinaia di cataloghi di libri pubblicati a stampa e migliaia online, compresi quelli delle biblioteche asiatiche e africane; sono state spedite quasi tremila lettere e mail solo in Italia, e con altrettante missive abbiamo raggiunto i bibliotecari di tutta Europa e degli Stati Uniti.

Determinante e prezioso il coinvolgimento dei bibliotecari, nella maggior parte dei casi assai disponibili nel fornire informazioni. Coloro che non avevano libri da farci consultare ci hanno scritto lettere di sincero rammarico per la mancata partecipazione al progetto.

Dopo aver individuato oltre 670 esemplari, abbiamo viaggiato alla ricerca dei libri e delle storie che quei libri potevano raccontarci dal vivo. Da Milano a Lecce, da Padova a Messina, e poi Roma, Firenze, Napoli, Bari, per dirne alcune, e naturalmente Cosenza, e la Calabria tutta; e poi all’estero, Inghilterra, Spagna, Francia, Germania, Russia, e non solo. Il contatto con chi custodisce i nostri preziosi fondi antichi è stato spesso interessante, e non solo dal punto di vista scientifico. Per la prima volta, abbiamo avuto la possibilità di entrare in piccole biblioteche, aperte solo per noi, o nelle grandi istituzioni antiche, sempre emozionanti da visitare.

I viaggi all’estero ci hanno dato la possibilità di confrontarci con modi diversi di intendere la cultura e sono stati spesso avventurosi, nei sotterranei dei Colleges inglesi e nella Biblioteca reale del Diamante Nero di Copenhagen, o a San Pietroburgo, presso l’Accademia delle Scienze, o nelle biblioteche tedesche.

Ma in un censimento non si deve solo ‘contare’. L’aspetto più interessante è in realtà capire come quei libri siano stati usati, a chi siano appartenuti e perché. Il lavoro di ricostruzione della circolazione dei libri avviene attraverso lo studio delle note di possesso, degli ex-libris e delle legature , che a differenza delle copertine di oggi, venivano scelte dall’acquirente e dunque possono darci informazioni preziose sui loro possessori. Coloro che avevano Telesio in biblioteca erano scienziati, medici, filosofi, forse curiosi, collezionisti appassionati di scienze, di certo erano persone colte. Li conosciamo dalle tracce che hanno lasciato sui libri, sui frontespizi o sulle legature: a volte, sullo stesso esemplare si leggono i nomi dei proprietari e lettori che si sono succeduti nel corso del tempo. Spesso l’ultimo si è preoccupato di cancellare il precedente, ma quando siamo fortunati e riusciamo a leggerli tutti, allora possiamo tentare di indovinare il ‘cammino’ di quel libro.

Su una delle edizioni del De rerum natura del 1570 conservato nella Biblioteca Nazionale di Firenze troviamo addirittura quattro nomi: quello del cardinale Scipione Gonzaga (1542-1593), che divenne principe dell’Impero nel 1585; quindi un certo Bernardo Guana, di epoca cinquecentesca, poi Francesco Bonamico e infine depennata ma ancora leggibile è la nota di Paolo Chiapperini, medico o fisico di Firenze, sembrerebbe anch’egli della fine del Cinquecento. Sono prestiti o doni? O forse acquisti? Quando (e se) sarà possibile delineare con più forza i profili dei personaggi meno noti, forse si potrà dare una risposta più convincente.

Alcuni erano affascinati dalle teorie di Telesio, altri lo studiavano per avversarlo con più forza, come dimostra la sua presenza nella sezione dei libri proibiti delle biblioteche ecclesiastiche, e in generale in conventi e monasteri, capitoli e cattedrali, dove per leggere le sue opere era necessario chiedere il permesso ai superiori, come a volte viene precisato sui libri stessi.

Ma lo dimostrano anche le fitte note marginali di alcuni lettori che hanno criticato e ragionato sui suoi scritti, come sull’esemplare della Biblioteca dei Lincei e Corsiniana di Roma, dove una mano a lui contemporanea ha segnato e contraddetto molti dei passaggi più delicati.

Grazie a questo lavoro, anche alcuni problemi che si davano per risolti vengono riproposti alla luce di nuove conoscenze, altre nuove questioni verranno invece proposte ma solo parzialmente risolte, bisognose di studi specifici e di ricerche particolari.

E pure si riesce a dimostrare con più evidenza quale influenza abbiano avuto le sue idee sugli studiosi che a lui si ispirarono, come per esempio in Inghilterra. Qui la quasi totalità delle opere di Telesio arrivò all’inizio del Seicento e circolò con un certo successo tra gli intellettuali che seguivano Francis Bacon, importante filosofo di quegli anni. Sorprendente è stato, poi, trovare una testimonianza di quell’interesse inglese per Telesio, anche a Madrid. Nella biblioteca del Palacio Real, infatti, è conservata l’opera telesiana del 1565 acquistata da don Diego Sarmiento de Acuña (1567-1626), conte di Gondomar a Londra, dov’era ambasciatore del re spagnolo Filippo III, proprio nei primi anni del ‘600: forse affascinato dal fervore culturale che avvertiva intorno a sé, volle in qualche modo parteciparvi, con il possesso del libro.  Lavorare al censimento ha significato, dunque, individuare e ricostruire relazioni e scambi di idee e di libri, che portarono a un progresso. Tutto questo adesso dovrà prendere corpo nel Catalogo dedicato. Descrizioni, letture e ipotesi di ricostruzioni storiche dovranno essere discusse e rese disponibili e accessibili in uno strumento che auspichiamo prezioso per la comunità scientifica, e di lustro per la città di Cosenza.

http://rassegna.unical.it/rassegna/locale/speciale-il-censimento-delle-opere-un-avventura-cu/

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Prima lezione di Codicologia: Marc Bloch, Danilo Dolci, Giorgio Raimondo Cardona

Nov 24

(le note che seguono sono appunti ordinati per un lavoro più ampio che spero di completare e mettere a disposizione in tempi non troppo lontani)

‘Non vedo i nessi…’, potreste obiettare: non si vedono nessi con la codicologia, lo studio dei libri antichi, non se ne vedono tra i tre nomi, quelli di uno storico, un sociologo-educatore (e scrittore e poeta, e molto altro…), un glottologo (storico, linguista, e, di nuovo, molto altro…), non si vedono nessi e dunque il perché. Ma ora, ça va sans dire, ve lo racconto.

Il corso che quest’anno ho proposto agli studenti dell’Università si sofferma su un aspetto particolare dello studio dei libri antichi, quello della valorizzazione, cioè della condivisione della conoscenza con chi non ne ha che un’idea parziale, nella migliore delle ipotesi. È evidente che trenta ore di lezione non sono sufficienti per comunicare e dunque imparare tutto ciò che ci sarebbe da sapere sulla codicologia e sulla didattica, oltre che per sperimentare ipotesi e soluzioni.

Credo sia necessario, dunque, lavorare per suggerire un metodo, per indicare gli strumenti che permettano di acquisire consapevolezze non solo ‘didattiche’, ma anche storiche (in un’accezione ‘esistenziale’, di scelta). Per fare questo, ho deciso di cominciare proponendo la conoscenza di questi tre uomini, suggerendo, cioè, quelli che secondo me potrebbero essere dei modelli.

Bloch, Dolci e Cardona hanno posto al centro dei loro interessi l’uomo, anzi gli uomini, le attività degli uomini, in cui sono comprese le relazioni e le loro dinamiche.

Con i loro studi e le loro parole, che rispecchiano in maniera sorprendente le loro scelte di vita, hanno dimostrato la complessità e l’importanza di affrontare il soggetto ‘uomo’, e l’imprescindibilità della storia per comprendere il presente.

Il motivo principale di questa mia decisione è l’ammirazione viscerale che nutro per questi uomini e per ciò che hanno insegnato, quindi il principale fil rouge che lega le loro esperienze è la mia sensibilità. Potete farmene una colpa? Lo studio, e non solo, non parte sempre da una scelta personale?

È una questione di scelta, di coscienza, che metto sul tavolo per poter discuterla. Ma che i giovani studenti debbano conoscerli, o approfondire la loro conoscenza, e anche avere l’opportunità di parlarne, questo mi sembra oggettivamente importante.

Il secondo motivo, sempre legato a me e alla mia attività di insegnante (mi perdonino gli insegnanti veri) è che nei miei studi ho imparato e interiorizzato anche le parole di tutti e tre questi personaggi, apparentemente così diversi, a dimostrare come sia fondamentale, e vitale, ampliare i propri orizzonti (nella piena consapevolezza dei miei limiti, naturalmente). Non è sufficiente leggere di storia del libro per conoscere la storia del libro e soprattutto per condividerla, è importante che la mente si abitui ad affacciarsi in altri cortili, dove si fanno altri giochi, dove scorrazzano altri animali…

Il terzo, che riguarda ancora me e anche se questo scritto trabocca di autoreferenzialità, voglio dirlo ugualmente, è che sono stanca di falsi maestri, da intendersi non solo come dispensatori di dottrine fuorvianti (da quali diritte strade?), ma anche come persone che nulla hanno da dire perché nulla sanno (sono?) e che si nascondono in luoghi in cui esercitano un potere, per esempio dietro una cattedra, o da un’istituzione culturale, da cui dispensano arroganza e informazione di dubbia utilità. Molto di personale, è ovvio. Ma ritengo che chi fa cultura abbia una responsabilità e che molti, oggi, questa responsabilità non la concepiscano nemmeno.

La lezione ha preso avvio da questa domanda: “A che cosa serve la storia?”, con cui inizia l’introduzione dell’ultimo libro scritto, e mai completato, da Marc Bloc, Apologia della storia o Il mestiere di storico, una domanda posta dal piccolo figlio e cui Bloch dice di non aver saputo rispondere in modo esauriente.

Per modestia, è chiaro, ma anche perché la richiesta ha generato in lui il turbamento di uno studioso onesto che si pone piuttosto il problema della legittimità dello studio della storia, e dunque della sua utilità.

Una ‘utilità’ che si deve verificare sui metodi, sui confronti, sulle riflessioni, sul proprio presente e la propria esistenza, come sul presente e l’esistenza di altri. Come è possibile capire l’oggi e ciò che siamo, senza conoscere la Storia, cioè il cammino fatto per arrivare a oggi?

A queste domande e riflessioni, ho aggiunto il racconto dell’opera di Danilo Dolci. Ho pensato che durante il corso si  lavorerà e si discuterà di didattica e di condivisione di conoscenze, e quindi che il suo pensiero e il suo agire potrebbero essere illuminanti.

È stato un uomo di grande spessore, ma oggi è ricordato e ri-conosciuto da pochi. Eppure, a mio avviso, il suo lavoro, il suo esempio, il suo insegnamento meritano di essere compresi più di quanto siano, soprattutto in questo momento storico, soprattutto fra i giovani.

Il tipo di approccio, cioè il modo di porsi, la capacità di mettersi in gioco che lui ha avuto, non è certo ‘sorpassato’ o legato a un contesto particolare, ma apre possibilità di riflessione di  non lieve entità. Molti dei suoi insegnamenti sono stati recepiti, ma poi il tempo, nuove riflessioni, nuove informazioni, anzi, un numero mostruoso e non più gestibile di ‘informazioni’, hanno reso le sue esperienze (gli effetti), come quelle di altri maestri, più attenuate, meno incisive, non necessariamente perché superate, ma perché non se ne ricordano più i motivi, le cause, le condizioni che le hanno provocate, e dunque non se ne ricorda più la forza e l’importanza.

Scrive Danilo Dolci: «Ho cominciato a porre domande perché non sapevo», e poi, «Dopo oltre 40 anni di lavoro, mi accorgo di come sia difficile sapere, prima delle risposte, anche quale sia esattamente la natura e il ruolo delle domande». Bloch si interroga sulla legittimità del proprio lavoro, Dolci imposta il suo metodo educativo sulla maieutica, continua a domandarsi e a domandare come e che cosa possa migliorare e rendere efficace, rendere giusto il suo impegno.

Dobbiamo cominciare coll’imparare a porre domande. Forse una volta certe domande sono state importanti perché erano ‘nuove’. Ora saper fare le domande è un’altra volta una novità, e anche un’urgenza. Il dialogo per la conoscenza è la ricerca di una risposta. Non è solo una conversazione. Chi fa le domande costruisce insieme a un interlocutore lo scambio per arrivare a una risposta. La differenza tra i due potrebbe stare nella capacità di porgere la prima domanda e di incalzare il ragionamento con le successive, che non tiene conto di una presunta conoscenza dell’interlocutore, ma della sua coscienza di essere in grado di costruire la risposta: una coscienza che, se manca, dev’essere sollecitata.

Di Giorgio Raimondo Cardona, è stato scritto: «fu un eccezionale personaggio non solo per la sua straordinaria dottrina, ma per il modo innovativo, creativo e accattivante di porre domande e suscitare problemi». Cardona è stato un glottologo, uno studioso della struttura delle lingue e dei loro elementi etimologici e strutturali, e non ha potuto fare a meno di indagare le parole, ma anche la loro scrittura e i loro segni. Ha studiato l’influenza di tali segni sulla vita degli uomini e sulle loro relazioni e tradizioni, spostando la riflessione storica dall’attenzione al nesso parola-segni, a quello pensiero-segni, elaborando una vera e propria Antropologia della scrittura (pubblicata nel 1981, e ora ristampata da UTET).

Il desiderio di conoscere, di studiare, il piacere di farlo, il piacere di condividere, questo di certo è stato un tratto comune a Bloch, Dolci e Cardona, ma questi tre uomini sono legati virtualmente dal medesimo sforzo di voler imparare a domandare.

Non è (solo) curiosità e piacere di conoscenza, è un appassionato, carnale slancio verso il desiderio di costruzione di una consapevolezza, di una coscienza attraverso l’interrogazione di persone, di documenti (scritti da e per persone), che parlano lingue e che usano segni, che tessono relazioni, che costruiscono la storia, cioè la (loro) vita.

Tutti e tre sono stati elementi di rottura con un passato, con un metodo storico, con un metodo educativo che non poteva più essere soddisfacente. Ecco perché ho parlato di questi tre personaggi. Ho bisogno di re-imparare a domandare, i libri, le fonti, ma soprattutto le persone, la storia, la mia, e anche la nostra. È necessario re-imparare a osservare, senza preconcetti, senza abitudini, senza presunte conoscenze.

Ho bisogno di imparare a insegnare quanto sia fondamentale saper domandare e saper osservare. Non per indagare la storia del libro, anche se si può sempre cominciare da lì, anzi direi che i libri siano uno straordinario punto di partenza, ma per cercare di capire quello che siamo e quello che siamo con gli altri.

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Storie di vescovi e storie di uomini

Apr 03

È il titolo che ho proposto per un percorso riservato ai codici manoscritti esposti all’interno della mostra dedicata a Federico Vanga, Un vescovo, il suo tesoro, la sua cattedrale. La committenza artistica di Federico Vanga (1207-1218), che si chiuderà domenica 7 aprile.

I libri antichi sembrano così lontani, così difficili. Spesso la loro particolare bellezza ci emoziona e ci intimidisce. Ma quante storie possono raccontare? Storie di parole, certo, ma soprattutto storie di uomini: coloro che li hanno voluti, quelli che li hanno scritti, decorati, costruiti.

Sabato pomeriggio guarderemo i manoscritti che sono stati scelti per rappresentare l’epoca di quel vescovo: impareremo a osservare le differenze tra una raccolta di diplomi, che Vanga fece trascrivere per un più efficace controllo sui possedimenti vescovili, e i due libri liturgici da lui stesso commissionati.

Avremo l’occasione di scoprire un Sacramentario del IX secolo che contiene un importante dittico con i nomi dei vescovi trentini, e che rappresenta la fonte più antica, e forse l’unica, per conoscere i nomi dei primi capi della diocesi di Trento, compreso Federico cui è dedicata una lunga nota che ricorda il suo desiderio di rinnovare il Duomo di Trento.

Tutti sono libri che sottolineano la sua importanza e il suo ruolo politico e religioso, ma che sono anche oggetti costruiti da artigiani che hanno eseguito il volere del committente, seguendo le tradizioni e gli usi della loro epoca.

Un’occasione per incontrare realtà diverse, e affascinanti.

Vi aspetto a Trento, Museo diocesano tridentino

Sabato 6 aprile, Ore 16,00

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Ho scritto a Fabio Fazio (e non mi ha ancora risposto)

Gen 20

Non è strano, direte voi: “Chi sei tu che pensi di avere risposta da FF in persona, chi ti credi di essere!” Vero, avete ragione sicuramente.

Comunque ci ho provato. Ho pensato: vedi mai che una piccola provocazione che porti l’attenzione su tutti coloro che lavorano nei beni culturali, inventandosi anche vere e proprie forme di sopravvivenza pur di continuare a produrre cultura, non sia una buona cosa…

Per ora pare che non funzioni… ma se mi risponde ve lo faccio sapere.

Se nel frattempo avete suggerimenti per rafforzare il messaggio, ve ne sarò grata e magari ci riproverò…

Gentile Fabio,

deve sapere che anch’io ho scritto un libro. Anzi, tre. Allora un mio amico mi ha detto “dovresti andare da Fazio”, e naturalmente ho risposto, per celia, “certo, perché no? adesso gli scrivo”, tirandogli una bella pacca energica sulla spalla…

Ma poi ho pensato, perché no?
Con l’avanzare dell’età sono diventata più sfacciata e il mio slogan preferito è ‘non si sa mai nella vita’, dunque eccomi qui.

Lavoro con e sui libri antichi, con una particolare attenzione ai manoscritti. Li studio, li catalogo, li valorizzo, come si dice oggi, e lo faccio da libera professionista. Che cosa questo significhi nel dettaglio, potrei scriverlo in un libro (un altro), in cui alcuni capitoli sarebbero di certo sorridenti di ironiche sfumature, altri, decisamente, no. 

Tra le mie attività di valorizzazione dei libri antichi, preferisco quella che faccio nelle scuole e nelle biblioteche: laboratori, incontri, conferenze, rivolti ad adulti ma soprattutto ai bambini.

Ho scritto due libri per ragazzi insieme a Roberto Piumini, che conoscerà come importantissimo autore per bambini e adulti, e che ho coinvolto nel mio progetto. Con questa collaborazione ho inteso fornire una doppia chiave per entrare nel mondo dei libri, quella delle storie e quella della Storia. Sono libri usciti nel 2009, il primo, sulla scrittura e sui manoscritti fino all’invenzione della stampa, e nel 2010 il secondo, sui libri a stampa da Gutenberg agli ebook.

Posso stupirla con effetti speciali perché ‘incredibilmente’ vendono perfino in libreria! Certo, vengono usati perlopiù da insegnanti e bibliotecari, ma sono letti volentieri dai bambini, per loro stessa ammissione, e da adulti curiosi.

Il primo, che si intitola L’invenzione di Kuta. La storia della scrittura e del libro manoscritto, è stato anche tradotto in Brasile. Ho pubblicato questi libri con Carthusia edizioni, patrocinati dal Centro per il libro del Ministero dei beni culturali, che ne aveva acquistato delle copie. Ne ho scritto un terzo, dedicato alla scrittura a mano dopo la stampa (lettere, diari, memorie scritti da donne, bambini, in condizione di analfabeti, semialfabeti…) ma non si riesce a pubblicarlo perché il Centro non ha altri fondi da dedicare a questa iniziativa e non abbiamo ancora individuato una istituzione che possa sostenere il completamento del progetto.

Dopo queste esperienze, mi è stato chiesto di occuparmi di adulti, per carità, sempre per raccontare di libri… e così ne ho scritto un altro, che è appena uscito, per Edizioni bibliografiche. Un amico saggio mi ha suggerito di scrivere divertendomi e ho provato a farlo, portando a passeggio i lettori nei luoghi della scrittura e del libro.

Nel frattempo, ho scritto alcuni articoli sulla didattica del libro, su come far conoscere e utilizzare i fondi antichi delle biblioteche, che sono un patrimonio dal valore inestimabile (culturale ed economico) e che sono sconosciuti ai più. Ho tenuto corsi per educatori di varie regioni e ho una docenza a contratto all’Università di Trento.
In novembre ho presentato domanda, titoli e pubblicazioni all’Abilitazione scientifica nazionale per i docenti di seconda e prima fascia. L’ho fatto per tener fede al mio slogan, che non si sa mai nella vita, ma so che non una di queste mie attività verrà presa in considerazione perché non sono abbastanza scientifiche. Così come molto probabilmente non verranno presi in considerazione i cataloghi di manoscritti che ho curato, a stampa e online.

Sì, faccio molte cose, come la maggior parte dei liberi professionisti nei beni culturali, che per poter condurre una vita dignitosa devono lavorare a quattro o cinque progetti grossi e ai vari corollari.

A mio figlio sto insegnando però che è l’unica chance in questo periodo storico: (almeno) tentare di fare un lavoro che piace, di seguire le proprie inclinazioni ché forse è l’unica possibilità che si ha di riuscire. Sperando che ciò accada con uno stipendio fisso, anche se non sempre (quasi mai nei beni culturali, e non solo ora) è possibile.
Tralascio i problemi di questo modo di vivere per cui io e chi lavora come me viene quasi accusato di essersi procurato, e ciò perché, non serve che lo ricordi, nessuno o ben pochi riconoscono una ricchezza e una vitale importanza alla cultura. Se poi professori universitari, ‘intellettuali’ e simili la sviliscono con giochi di potere e becere performances, come si può dare torto a chi ritiene la cultura inutile?

Ho conosciuto recentemente un professore dell’Università di Leeds, il quale mi ha raccontato che le Università in Gran Bretagna ricevono fondi solo se nei loro progetti c’è una parte legata alla divulgazione: devono dimostrare di essere utili alla comunità. Non è estremamente civile questo? Non è il modo giusto per fare cultura? Qui, pensi, capita che si organizzino seminari internazionali che non vengono pubblicizzati e a cui non assiste nessuno, col risultato che gli studenti e gli studiosi non conoscono altro se non le proprie piccole ricerche, che non esiste confronto, in poche parole, che si dimostra di essere in effetti inutili per la comunità.

Ma torniamo a noi. La proposta è questa: mi inviti a parlare dei libri antichi, di quanto possano essere interessanti, di quanto la loro storia potrebbe esserci utile. Del fatto che noi possiamo conoscere noi stessi conoscendo il passato, che la storia di oggi e del secolo scorso non si può spiegare senza conoscere ciò che accadde prima, che il libro è vita. Che quelli che noi abbiamo per le mani ora hanno una vita simile a quelli di mille anni fa. Che non dobbiamo scegliere tra ebook e libri di carta perché possiamo usare tutti e due. Perché dovremmo rinunciare a essere migliori e capaci di usare due strumenti diversi?
E anche di come sia possibile fare ‘politica’, nell’antica accezione, insegnando ai piccoli e ad alcuni grandi che è necessario porsi delle domande…

Caro Fabio, accetti la sfida, e mi inviti anche per far conoscere al suo pubblico che c’è moltissima gente che fa cultura con completo sprezzo del pericolo (altro che Indiana Jones, che aveva una cattedra all’università, peraltro), e di cui nessuno conosce i volti, ma nemmeno il valore del loro lavoro.

La ringrazio della pazienza con cui avrà letto questa lettera e le auguro buon lavoro.

Adriana Paolini

 

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