Di lotta, di amore, ma soprattutto di lotta
Nov 06
Lotta. E uno pensa ai pugni alzati del popolo cileno, di quello catalano. E dei libanesi, dei curdi, degli iraniani. Quelli degli indigeni dell’Amazzonia, dei giovani di Hong Kong, dell’Ecuador, della Bolivia, di Haiti: è la globalizzazione della lotta. Poi considera le lotte che si portano avanti per il rispetto alle donne, alle ‘minoranze’ e per il diritto alle ‘diversità’. La lotta del popolo, unido que mas serà vencido. Perché generalmente, la lotta, specie se politica, si fa in piena coscienza, e possibilmente insieme. In molti pensano che queste lotte siano troppe e troppo lontane anche solo per coglierne le informazioni, che non si fa in tempo a provare dispiacere e orrore per i curdi, che il Cile si ribella contro la dittatura. In molti pensano che sia sufficiente pensare per se stessi, ché già ognuno di noi è impegnato in una lotta quotidiana. Non c’è spazio né energia per gli altri. Tutti lottano, ogni minuto della propria vita. Per un ideale, per la giustizia, per i propri sogni (per concretizzarli o anche solo per averne). C’è la lotta di classe.
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Mi chiamo Adriana Paolini. Le persone che mi stanno più vicine mi chiamano mamma, Adri, papposilla, alcuni mi chiamano, ironicamente, ma affettuosamente, Paolini, altri Madama Codicò.
Sono nata al mare, a Pescara, e vivo in montagna, a Trento.


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