Future Ruins 2022

Set 23

Future Ruins 2022

Una finta conferenza stampa per presentare la Biennale di arte contemporanea “Future Ruins 2022”. Finta, sì. Una “falsa” conferenza per denunciare problemi reali, quelli della cultura e in particolare dell’arte contemporanea. Nella Sala delle quattro colonne del Palazzo delle Poste a Trento, sabato 12 settembre, la performance in forma di conferenza stampa istituzionale pensata dal collettivo Museo Wunderkammer (Giusi Campisi e Luca Bertoldi) ha proposto una «riflessione su quei beni culturali che diventano rovina a causa del conflitto tra interessi pubblici e privati, sulle politiche territoriali basate sulla produzione di eventi, che, quando sopravvivono brandizzano la città, e, quando falliscono, lasciano precariato e rovine». Perché al Palazzo delle Poste? Perché il Palazzo è chiuso da 13 anni, da quando è stata smantellata l’esposizione di “Manifesta 7”, la Biennale europea di arte contemporanea che nel 2007 era stata organizzata in Trentino Alto Adige. Grazie al progetto “Atlas curae”, dell’Associazione H2+, curata da collettivo Mavi (Veronica Bellei e Francesca Piersanti), il Palazzo resterà aperto fino al 27 settembre.

Per realizzare “Future Ruins”, Campisi e Bertoldi hanno chiamato persone provenienti da mondi diversi – sociologi, filosofi, storici, artisti e giornalisti – chiamate a interpretare se stesse o un ruolo, ognuna delle quali ha elaborato un intervento usando il proprio linguaggio e la propria sensibilità. Come fosse un evento nell’evento, si è creata l’opportunità di scambi, conoscenze e su un’ampia disponibilità al dialogo è stata costruita un’esperienza di rara forza cui sarebbe opportuno porre attenzione.

Al tavolo, introdotta dal giornalista Gigi Zoppello, c’era la curatrice Leeanne Minter, in realtà filosofa e psicologa, che ha sottolineato come «il tema della rovina sia terreno privilegiato per l’espressione artistica, e il movimento che va dalla rovina all’arte e dall’arte alla rovina ha a che fare in una certa misura con il femminile. Questo ce lo dice Ninfa, figura elettiva, mitologica, paradigmatica della sopravvivenza». Al suo fianco Adel Jabbar, sociologo esperto di comunicazione interculturale, che nella finzione è diventato funzionario del Governing Board dell’Istituto Iniziative Culturali della Commissione Europea. In questa burocratica veste ha sottolineato come la cultura sia fondamentale nella costruzione dell’identità europea, “Soft power” nel potenziare il ruolo della UE quale “Leitkultur” mondiale, e così determinante da poter annunciare un tunnel sottomarino che unirà l’Europa all’Africa e gli operatori culturali delle due sponde del Mediterraneo.

Le interpretazioni sono state molto convincenti e fino all’ultimo i presenti, ignari della messinscena, sembravano indecisi se credere a discorsi che sembravano piuttosto delle provocazioni. E provocazioni arrivavano anche dal pubblico, come la proposta per l’utilizzo di lavoratori volontari cui far pagare il biglietto d’entrata intero per ogni giorno di lavoro così da rendere totale la rovina dei lavoratori della cultura. Poi la domanda se la Biennale, che promuove la rigenerazione di luoghi di lavoro in luoghi d’arte, possa far diventare il lavoro ‘oggetto’ d’arte, generando una nuova dinamica anche sul piano dell’accumulazione della ricchezza e dunque di diverse opportunità nel mondo del lavoro (Francesca Testa). L’architetto Alberto Winterle, che nella performance interpretava se stesso quale direttore tecnico per la realizzazione degli allestimenti di “Manifesta” a Fortezza, Bolzano, Trento e Rovereto, ha raccontato la storia del palazzo.

Fu “Manifesta” l’ultimo evento internazionale di arte contemporanea realizzato a Trento, l’unica delle sedi coinvolte che chiuse con nettezza ogni discorso artistico e culturale legato al progetto e si chiuse il palazzo che mostra ancora qualche triste traccia della manifestazione. Eppure il palazzo è un luogo speciale, importante per la città: l’architetto Angiolo Mazzoni volle una struttura frutto di un continuo processo di recupero e trasformazione, per cui nella costruzione dell’’edificio, in stile futurista, furono inglobate alcune parti rimanenti dei precedenti edifici, tra cui il portale del 1512; all’interno si trovano opere di artisti come Depero, Prampolini, Bonazza. È superfluo dire che tenerlo aperto e promuoverlo come centro culturale porterebbe molti vantaggi alla città. Bisognerebbe farla davvero, la Biennale “Future Ruins 2022”.

 

Le foto sono di Valentina Casalini, che ha partecipato alla performance come anche Lorenzo Danieli (video maker)

 

L’articolo è apparso sul quotidiano “Trentino” il 18 settembre 2020

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Lo scandalo dei lavoratori della cultura

Set 02

Lo scandalo dei lavoratori della cultura

Laurea, possibilmente con il massimo dei voti, dottorato di ricerca e/o master di specializzazione, tirocini e stage, partecipazione a corsi professionali, conoscenza di almeno due lingue straniere, capacità e competenze informatiche, esperienze di lavoro in Italia e all’estero.

Questo elenco costituisce l’ossatura di un curriculum medio per lavorare nella cultura. Non solo in questo ambito, è ovvio, la differenza è data dall’uso che di questi curricula si fa nel settore culturale.

I laureati, tutti, hanno trascorso quattro o cinque anni della loro vita a studiare per affrontare al meglio il lavoro che li aspetta. Hanno pagato le tasse universitarie e le loro famiglie anche le tasse allo Stato. Hanno investito tempo, energie e denaro. Una volta completato il corso di studi, hanno scoperto che viene richiesta loro una formazione di più alto livello ed ecco nuovi investimenti di risorse personali, e, va da sé, il rinvio di una qualche forma di remunerazione nell’ambito lavorativo per il quale si stanno preparando da anni. Ogni tanto si tira fuori quella sterile polemica sulla differenza degli stipendi tra laureati e diplomati: insomma, senza fare questioni di merito, direi che il motivo è oggettivo. E comunque, queste grandi differenze non ci sono più da tempo, specie nel pubblico, specie nell’ambito culturale.

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Oblio della memoria

Ago 16

Oblio della memoria

Che cosa ricorderemo del lockdown, della pandemia, di ciò che abbiamo vissuto finora sulla nostra pelle e di quello che abbiamo visto in televisione e sui social, delle storie ascoltate da altri, di tutte le notizie di cui siamo venuti a conoscenza? Non domani, ma tra un anno, tra dieci anni, cinquanta, che cosa saremo in grado di rievocare?

Che cosa tratterrà la memoria collettiva di questo evento e che cosa dimenticherà?

La memoria collettiva è l’insieme dei ricordi di un’esperienza vissuta da una comunità: ma questa è una definizione che dà solo una pallida idea della complessità dell’argomento. Per costruire una memoria collettiva servono i ricordi personali, che si basano su fatti ma ancor più sulle emozioni che quei fatti hanno suscitato e, si sa, l’emotività rende più difficile concentrarsi su realtà oggettive.

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Massimo Carlotto e i suoi lettori. Intervista

Ago 08

Massimo Carlotto e i suoi lettori. Intervista

Zagor era il suo nome d’arte. Di meglio non gli era venuto in mente quando la produzione del primo film gli aveva fatto notare che chiamarsi Bonamente Fanzago era una pessima idea, almeno nel porno. […] In realtà, chiamarsi Bonamente Fanzago era una pessima idea anche nella vita. Il padre, ma solo al compimento del decimo anno, gli aveva chiesto scusa.

È così che Massimo Carlotto introduce uno dei personaggi nel suo ultimo romanzo, ‘La signora del martedì’. «Bonamente è un nome fuori dal comune. Non ci avrei mai pensato se, durante la presentazione di un mio romanzo, un signore non fosse venuto a chiedermi di firmare la sua copia da dedicare a Bonamente. A sentirlo non riuscii a evitare uno sguardo sorpreso e così mi raccontò della sua vita con questo nome, e anche di suo padre, che, quando lui compì 10 anni, gli aveva chiesto scusa. A quel punto gli chiesi il permesso di usare questa storia in uno dei miei romanzi. E così ho fatto».

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Immagini: tra odio e amore

Lug 24

Immagini: tra odio e amore

Negli ultimi mesi, in varie parti del mondo sono state abbattute statue e sfigurate immagini che rappresentavano esplicitamente o simbolicamente personaggi e periodi storici ritenuti non più accettabili. In seguito alla morte di George Floyd per mano di alcuni poliziotti di Minneapolis, oltre alle manifestazioni di Black lives matter, abbiamo visto cadere monumenti spinti da folle senza controllo che hanno giudicato col senno dell’oggi uomini ed episodi del passato, da Cristoforo Colombo a Edward Colston, da Leopoldo II a Indro Montanelli, mescolando esigenze di giustizia a miopia culturale ma, soprattutto, sollevando interrogativi sull’uso stesso delle immagini. Perché riversare su simboli, figure, rappresentazioni di altri tempi le nostre rivendicazioni di oggi? Che senso ha abbattere una statua che è lì da secoli e di cui solo ora afferriamo uno dei possibili significati? Qual è il nostro rapporto con le immagini?

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Il progresso e la ricerca

Giu 14

Il progresso e la ricerca

Da febbraio ascoltiamo disorientati le ipotesi e i ripensamenti di esperti e di scienziati sul Covid-19, ma è davvero faticoso capire che cosa stia accadendo, distratti come siamo da chiacchiere di bassa lega che pretendono di mescolarsi alle discussioni scientifiche. Di sicuro c’è che dobbiamo iniziare una nuova vita e che questa nuova vita va affrontata con cautela. A queste certezze aggiungiamo l’evidenza che il Covid-19 è ancora tra noi, e, soprattutto, che la ricerca su questo virus è ancora in corso.

Poiché i risultati degli studi non sono definitivi, possiamo comprendere le difficoltà degli studiosi, dai quali vorremmo la soluzione e il conforto, che, però, non possono arrivare. Non ancora.

Chi non ha mai avuto occasione di vedere come lavorano gli scienziati, sta forse prendendo coscienza di che cosa significhi fare ricerca. E se invece non vi ha ancora posto attenzione sarebbe meglio che lo facesse.

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Aprite gli occhi: è di cultura che abbiamo bisogno!

Mag 10

Aprite gli occhi: è di cultura che abbiamo bisogno!

Forse non ci siamo spiegati. Possibile che non sia chiaro quanto sia importante la cultura?! Sempre. Soprattutto ora.

Magari il concetto diventa più facile da comprendere se rappresentiamo la cultura come un ecosistema: i temi culturali, a prescindere dal linguaggio scelto per esprimerli, hanno sempre un forte impatto sulla comunità, la quale, dopo essersi ‘nutrita’, restituisce sotto altre forme: consapevolezza sociale, attenzione all’ambiente, maggiore disponibilità all’accoglienza, conoscenza del proprio territorio da tradurre, per esempio, in percorsi turistici. E, soprattutto, esige nuovi stimoli innescando un circolo virtuoso. I processi culturali vengono alimentati da un ambiente che li sollecita e un progetto non solo porta lavoro a chi lo concretizza, ma immette sul territorio le potenzialità di un miglioramento economico e sociale. Anzi, le possibilità di investimento aumentano se il terreno è stato reso fertile da una crescita culturale.

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