Ordine e contrordine e altro ordine. Intervista con Massimo Laurenzi

Feb 19

Ordine e contrordine e altro ordine. Intervista con Massimo Laurenzi

Vi presento Massimo Laurenzi

Dopo essersi laureato in Archivistica e Biblioteconomia presso l’università la Sapienza di Roma, si è lanciato nel mondo degli archivi e a 30 anni è Owner del cantiere ‘Documenti Digitali’ di ForumPA, archivista per Bucap spa, rappresentante juniores nazionale nel consiglio direttivo dell’Associazione Nazionale Archivistica Italiana. Co-founder di Archivitaliani.it, membro della redazione condivisa Anai-Icar  del “Il mondo degli archivi”.

massimolaurenziÈ vero che voi giovani siete ‘nativi digitali’ (o presunti tali) e l’inglese e italiano per voi pari son…, ma forse per chi non conosce queste realtà potrebbe essere interessante entrare in qualche dettaglio. A cominciare da che cosa vuol dire e che cosa implica essere Owner del cantiere ‘Documenti Digitali’ di ForumPA’.

Giovane per convenzione naturalmente. Non sono un ‘millennial’ e non sono un nativo digitale. Lo scarto evolutivo che di generazione in generazione si assegna alla predisposizione e consapevolezza tecnologica è sempre lo stesso. Io percepisco un ragazzo di 20 anni nello stesso modo in cui vengo percepito da un uomo di 40. Ho consapevolezza e timore, al contrario che si possa considerare una lingua come un mero insieme di parole da utilizzare per moda o convenzione e non come strumento culturale.

Riprendo il filo. Essere Owner del cantiere documenti digitali di ForumPA significa fare parte di una comunità che si sforza di condividere e riflettere sull’evoluzione della nostra materia. Esistono problemi sostanziali nel  modo in cui il digitale ha ‘investito’ i processi produttivi, gestionali e conservativi dei documenti. Faccio un passo indietro, è bene essere consapevoli che ogni essere umano produce testimonianze e documenti e che oggi nell’era della comunicazione la ‘questione documentale’ è più che mai una ‘questione sociale’. Sforzarsi di riflettere e ridefinire i paradigmi stessi della gestione e conservazione (da un punto di vista teorico, giuridico e tecnico) evitando di replicare modi e ritmi analogici in un ambiente liquido come quello digitale è quello che si cerca di fare.

Dunque l’archivista, tra i tanti obiettivi del suo lavoro, è anche alla ricerca del proprio concetto di ‘ordine’?

Se sei cresciuto in una famiglia come la mia, ti è stato impartito il sospetto che esistano due tipi di ordine.

Quello naturale: “se mi sposti le cose non so mai dove trovarle” e quello imposto “ho spostato le tue cose perché non erano dove dovevano essere”.

Qualche anno dopo seduto ai banchi dell’allora scuola speciale per Archivisti e Bibliotecari ho appreso che  ai due ordini, il primo di matrice maschile (rappresentabile con l’orizzontalità) e il secondo decisamente femminile (fondato su di un carattere verticale)[1] se ne somma un terzo che si muove nel tempo. Un ordine “ricostruito” non un ordine proprio. La ricerca e la riproduzione di un’idea, o un disordine archetipo, che si snida nei vincoli e nelle sensazioni che le cose trattengono. Quando hai fra le mani i documenti e l’ordine di un’altra persona, sei alle prese con la sua stessa essenza. Il modo in cui ognuno di noi sedimenta e conserva è il modo in cui ognuno di noi intimamente apprende, pensa, agisce. La prima fra le qualità di un archivista, al netto delle necessarie competenze tecniche è dunque la sensibilità.

Ammetto che da archivista leggo molto e scrivo abitualmente (forse troppo) di archivistica ‘cultura’e attualità ma il valore di immaginare l’ordine o l’idea di ordine che i documenti (un concetto ampio di documento) hanno avuto o dovranno avere è la cosa che ho ancora cura di fare.

direttivo AnaiPerchè l’Anai distingue sulla base dell’esperienza se un socio è ordinario o se è junior?

Al di là delle eccezioni, ce ne sono ed è bene considerarle, potrei rispondere semplicemente: perché un archivista di qualunque età non può realmente considerarsi un professionista senza una comprovata esperienza. Se rispondessi con maggiore complessità aggiungerei: perché i nostri percorsi di studio (come d’altronde nessun percorso di studio) non producono professionisti ma solo aspiranti tali (uno studente o un ‘archivista fresco di titolo’). Perché chi non esercita la professione purtroppo non può, e non dovrebbe, considerarsi un ‘archivista’ (con tutti i drammi connessi alle difficoltà lavorative, da dipendente come da libero professionista, a maggior ragione per i giovani) infine perché un’associazione coerente e consapevole dovrebbe attribuire un valore alla formazione, e un altro valore alla formazione.

Hai lavorato come libero professionista. È stata una scelta consapevole o necessaria? Quali sono i problemi e quali le gioie.

Smesso i panni di studente a tempo pieno a un certo punto ho fondato (non da solo chiaramente) il blog archivitaliani.it, un progetto che ieri come oggi sperava di ‘legare’ gli archivi al web e alla comunicazione (in parte ci siamo riusciti, in parte continuiamo a lavorare). Con archivitaliani ho avuto una buona scusa per entrare negli archivi, parlarne e in alcuni casi lavorarci. Nello stesso momento ho compreso il valore della libera professione e ho iniziato ad esercitarla.Archivitaliani

Rappresentare ora a posteriori idealmente la libera professione nei beni culturali è un’ esercizio complesso per più ordini di motivi. C’è chi la sceglie consapevolmente, e porta avanti battaglie per tutti gli altri e chi la esercita per necessità sentendosi sempre un precario e mai un consulente.

Come ho scritto in un editoriale sul Mondo degli Archivi: “Consulente, precario o volontario? La libera professione al tempo dei 500 funzionari Mibact “ ritengo che una specifica e solida considerazione e tutela del lavoro autonomo, in modo particolare nell’universo dei beni culturali sia una necessità non solo per i lavoratori stessi ma anche per le istituzioni culturali di cui essi supportano le attività di tutela e valorizzazione. Malgrado ci sia ancora moltissimo da fare occorre rilevare ed apprezzare i numerosi passi avanti. le Norme UNI che regolano e definiscono i profili professionali; la legge 4/2013; l’impegno di associazioni come Colap, Acta e Coalizione27 febbraio; gli elenchi ministeriali di professionisti accreditati e l’attuale e importantissimo dibattito sui lavori in corso per la definizione di uno statuto per il lavoro autonomo previsto dalla legge di stabilità 2016 incentivano la speranza che la fragilità della libera professione possa venire attenuata.

Quindi gioie e dolori si mescolano, così come si sovrappongono le tipologie di lavori e di progetti…

Puoi dire che fai molte cose per dirne che ne fai solamente una: l’archivista. Mi diverte e molto “comunicare” gli archivi. Archivitaliani e il Mondo degli archivi vanno in quella direzione. Oggi (al netto di non pochi squilibri) tutto è comunicazione. Non puoi mica sentirti esente perché sei alle prese con una documento del ‘500 o stai gestendo un flusso di metadati. Io da Archivista ‘non convenzionale’ ho messo fra i miei traguardi quello di far arrivare una pagina social che parla solo di archivi a diecimila followers.

Allo stesso modo quando me lo hanno permesso ho riordinato e messo a posto documenti storici, altre volte mi sono cacciato in soffitte e sotterranei con gli occhi e la testa fra le carte ‘dimenticate e trattenute in locali di deposito”. Ho faticato e fatico tutt’ora rompendomi la testa con principi giuridici e Informatici e scelto di fare parte di un’associazione per difendere la mia professione.  Una volta ho anche scritto un  manifesto che spinge gli archivisti a riflettere sulle loro capacità di relazione, comunicazione e sulla loro necessaria evoluzione.

Con soddisfazione profonda, mi rendo conto che essere Professionisti nei beni culturali ha ancora un valore importante.

Da archivista, mi diverte riflettere ‘strutturalmente’ sul concetto di Bene culturale. La complessità dei diversi punti di vista al netto delle differenti  applicazioni: da materia a materia, da bene culturale a bene culturale, da professionista a professionista finisce per condensarsi in due comuni momenti:  Valorizzazione e Tutela.

E’ una responsabilità ipotizzare e definire una tutela diffusa. ‘Diffusione’ intesa come strumento di istruzione, condivisione e conoscenza ma è altrettanto necessario ancorare questa esigenza ad  una consapevolezza funzionale. Necessariamente una migliore tutela passa per una maggiore valorizzazione.

Lo sforzo che i professionisti dei beni culturali, dovrebbero fare  continuamente è scoprire e mostrare nel loro ruolo e del patrimonio che contribuiscono a tutelare, gli elementi  ‘universalmente’ e non solo ‘culturalmente’ rilevanti. Non tutti considerano la cultura un valore sociale, ma tutti beneficiano dell’evoluzione sociale che la cultura promuove.

[1] Tutti gli uomini che conosco mettono ordine distribuendo, al contrario tutte le donne finiscono per impilare cose nel tentativo di produrre ordine. La mia è bene precisarlo è una prospettiva del tutto personale. Sono consapevole che per alcuni e alcune di voi potrebbe risultare un affermazione ‘terribilmente discutibile’.  charlie brown

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Libri per la città. L’inaugurazione a Riva del Garda

Feb 12

Libri per la città. L’inaugurazione a Riva del Garda

Spero che non sia un grande sforzo per voi concedermi un nuovo spazio per parlare della mostra di Riva del Garda, Libri per la città. Quattro sguardi sul fondo antico della Biblioteca civica di Riva del Garda, che ieri pomeriggio è stata inaugurata ufficialmente.

La sala era gremita soprattutto di rivani, tra cui diversi giovani, e importanti studiosi locali; abbiamo accolto alcuni amici da Trento, da Bologna, e abbiamo iniziato un po’ in ritardo perché è stato necessario aggiungere sedie. Eppure ancora una volta trovo inutile stupirsi di un’affluenza non prevista: la curiosità e il desiderio di conoscere sono esigenze più forti di quanto si possa immaginare.

Il merito principale va senz’altro alla presenza di Milton Fernandez, ospite della serata, con cui abbiamo chiacchierato di libri, di storie, di persone, di donne, in particolare, con cui abbiamo giocato a confrontare i mestieri della filiera del libro di oggi e quelli dei secoli passati, osservando come, a parte la tecnologia, molti atteggiamenti e problemi e anche emozioni e soddisfazioni non siano cambiati.

Un piccolo giro tra le bacheche per i più curiosi, a raccontare di alcuni di questi libri e poi finalmente, la conclusione di fronte al desiderato buffet per le ultime chiacchiere e gli inevitabili commenti.

 

Nel presentare l’inaugurazione, la settimana scorsa, ho preferito fornire alcune informazioni soprattutto pratiche. Oggi mi piacerebbe parlarvi non solo degli obiettivi di questo progetto, ma soprattutto della grande armonia e condivisione di impegno e di motivazioni, e di allegria, che ho vissuto con buona parte dei bibliotecari della Civica.

La mostra aveva, ha, come principale scopo quello di far conoscere a coloro che poco sanno di questo prezioso patrimonio, alcuni dei pezzi più prestigiosi, o più particolari, o anche più ‘normali’ per certe epoche della produzione soprattutto a stampa e anche manoscritta. Un patrimonio che appartiene alla città e che sarebbe bene che Riva si riprendesse, come conoscenza, come memoria storica, come orgoglio di una consapevolezza di un passato importante (e di un patrimonio anche economico).

Altro sono le mostre specialistiche, quelle in cui gli studiosi forniscono i risultati delle loro ricerche, e che Riva ha nel tempo organizzato, sempre di buon livello. Esempio prezioso di una ‘collaborazione’ tra queste due modalità di comunicazione è stato il momento in cui, di fronte alla bacheca in cui c’era un solo documento relativo alle più antiche cartiere rivane, colui che più se n’è occupato, Mauro Grazioli, ha avuto l’occasione di approfondire l’argomento con chi l’ascoltava con estremo interesse.

Ricordo, poi, come nella guida che è stata distribuita, c’è una sezione bibliografica utile per chi volesse approfondire gli argomenti più accattivanti.

A conoscere meglio il fondo, forse si potevano fare scelte diverse, ma sono comunque soddisfatta. Questo non è che l’inizio e non solo dei quattro sguardi dedicati al patrimonio antico, ma anche di una nuova attenzione, scientifica e non solo, nei confronti di un deposito ricchissimo e pieno di sorprese.

Ma torniamo al cuore del mio intervento..

Ancora più stimolante, nel mio piccolo, è stato lavorare con persone che hanno condiviso obiettivi e motivazioni e che oltre tutto, e nonostante il lavoro della loro quotidianità, mi hanno aiutata, sostenuta nelle scelte, sempre discusse e valutate insieme.

Sì, questo è il momento dei ringraziamenti.

Vorrei ringraziare tutte le bibliotecarie e i bibliotecari della Civica di Riva del Garda, per avermi accolto e sopportato (e ricordatevi che vi sarò tra i piedi almeno fino a maggio!), in particolare Giusy Armellini, Loretta Menotti, Paolo Rondani, e con loro anche Rossella Campisi ed Elena Pernici.

Ringrazio di cuore Anita Malossini, con la quale ho condiviso impegno, idee e pasti, momenti fondamentali per la buona riuscita di una collaborazione e di una nuova amicizia.

Un ringraziamento speciale a Marina Tomasi, dell’Ufficio cultura del Comune, donna di grande spirito e forza, che ha coordinato tutte le forze in campo, distribuendo suggerimenti e calore umano in eguale misura. Ma anche ad Anna Cattoi, funzionaria del Comune e responsabile della Biblioteca, che ha seguito ogni fase dell’impresa, dalla progettazione alla realizzazione, con grande entusiasmo.

Vorrei ringraziare anche Federica Fanizza, dell’Archivio storico del Comune, per i suoi preziosi suggerimenti e per la sua collaborazione.

E infine, last but non least, vorrei ringraziare l’assessore Renza Bollettin, che con grande spirito non solo ha presenziato all’inaugurazione, rendendola ancora più speciale, ma soprattutto perché ha creduto e reso possibile la realizzazione del progetto.

Grazie ad Anna Leonardi, grafica e  fotografa, che si è lanciata nell’impresa nonostante una piccina desiderosa di nascere.

Ringrazio coloro che sono intervenuti ieri e quelli che verranno a trovarci nei prossimi mesi.

Temo di aver dimenticato qualcuno, e di questo vi chiedo scusa e se effettivamente fosse accaduto, mi preoccuperò di aggiungerlo, senza dirlo a nessuno :)

Credo che abbiamo imparato tutti qualcosa, gli uni dagli altri, in questi mesi, di certo l’ha fatto la maggior parte di noi. E quindi grazie, a voi tutti. Grazie di cuore.

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Libri per la città. I libri per Riva del Garda

Feb 05

Libri per la città. I libri per Riva del Garda

Amiche e amici, siete tutti invitati all’inaugurazione della mostra

LIBRI PER LA CITTÀ

Quattro sguardi sul fondo antico della Biblioteca civica di Riva del Garda

che si terrà sabato 11 febbraio 2017, alle ore 17.30, presso la Biblioteca di Riva, per dare inizio al primo ‘sguardo’, intitolato

Dalla penna d’oca al torchio (Quattrocento e Cinquecento)

11 febbraio-4 marzo

La mostra che comincia l’11 febbraio è un coraggioso e significativo passo della Biblioteca civica di Riva del Garda che si muove per ‘riavvicinarsi’ alla città. Coraggioso perché l’amministrazione ha deciso di esporre il suo fondo antico, il più pregiato, che è anche quello più difficile da presentare. Ciò nonostante, ha raccolto la sfida e propone un percorso che evidenzia alcuni tra i pezzi più importanti e particolari.

I quattro ‘sguardi’ si snoderanno in un racconto di testi, di persone, di tecniche che dal tardo Quattrocento a oggi non è altro che la storia dell’uomo alla ricerca delle diverse possibilità che la scrittura, a mano e a stampa, ha offerto e offre per esprimersi e per far circolare le idee.

Per valorizzare un patrimonio ricco di 4000 volumi, tra manoscritti e libri a stampa databili tra il secolo XV e il XIX, oltre ad alcuni tra i pezzi più interessanti dell’Archivio e del Museo dell’Alto Garda, (MAG), è stata organizzata un’esposizione ‘a rotazione’, grazie alla quale ogni mese, da febbraio a maggio 2017, verranno presentate tipologie di materiale librario diverso, organizzate in base a in criterio cronologico.

È così che è stato voluto e progettato un percorso che non solo mette in evidenza i libri e i documenti tra i più significativi conservati dalle tre istituzioni culturali cittadine, ma intende far risaltare anche i progressi storici e tecnologici dei testi scritti, a sottolineare il forte legame con i libri di oggi, e quello di quei libri con la nostra terra.

Per ogni ‘sguardo’ verrà consegnata ai visitatori una guida (e al termine un cofanetto per contenere i quattro volumetti) e per ogni sguardo è stato pensato un evento diverso che potesse introdurre ai nuovi argomenti e ai nuovi oggetti.

Da domani mattina, lunedì 6, avvieremo l’allestimento… siamo tutte nello stesso tempo cariche di energia per affrontare questa impresa e anche piene di timori. Siamo, come si dice, sull’orlo di una crisi di nervi… Ma ce la faremo!

miltonSabato 6 accoglieremo fra noi Milton Fernandez, scrittore, ma anche attore, traduttore, editore, regista… Un uomo di cultura che seppur lontano dai fondi antichi, conosce assai a fondo la forza e il potere delle parole scritte e insieme le cercheremo e troveremo anche tra le carte più antiche, e non solo.

 

Il programma andrà avanti nei prossimi mesi e si concluderà alla fine di maggio:

Secondo sguardo

11 marzo-1 aprile Tra censura e libera circolazione delle idee (Seicento e Settecento)

11 marzo, ore 17,30: un libro in 30 secondi di e con Carlo Martinellicarlomartinelli

Terzo sguardo

 7 aprile-29 aprile Da De Amicis a Depero (Ottocento e Novecento)

memoriedellaguerra-e14772108448547 marzo, ore 18,00: Presentazione del libro Memorie della guerra

 

Quarto sguardo

6 maggio-27 maggio Riva tra libri e documenti (dal Quattrocento ai giorni nostri)

6 maggio, ore 17.30: Arte in biblioteca: i libri di Petra Paajanen Giacomellipetra 5

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Lezioni semiserie di codicologia – 5

Gen 29

Lezioni semiserie di codicologia – 5

 

Siamo giunti all’ultima puntata e al momento della legatura del libro.

Oggi la copertina viene scelta dall’editore ed è tra gli elementi più importanti per rendere accatticopertinazulloalbertinevante e/o significativo un libro rispetto a un altro. E’ un momento di alta creatività non solo artistico-estetica, ma anche d’arte pubblicitaria, in senso lato.

Nel medioevo e nei secoli successivi, i libri uscivano dalle mani di copisti e stampatori quasi ‘nudi’. I fascicoli erano cuciti fra loro e spesso erano rivestiti solo da una coperta in pergamena, non particolarmente curata, perché non si rovinassero.

In seguito, arrivava il momento della donazione o dell’acquisto ed ecco che, finalmente, i libri potevano avere l’occasione di un abito migliore. A dire il vero, questo non accadeva sempre, e spesso non subito, perché l’operazione dipendeva dalle risorse del compratore e dall’uso che ne avrebbe fatto, però finire tra le mani del legatore doveva certo essere un bel momento.

cuciturafascicoli

 

cucitura fascicoliIl legatore assicurava i fascicoli alla legatura con i nervi, che erano formati da una correggia animale o vegetale attorno a cui si attorcigliano i fili di cucitura. Fissati ai piatti, ne assicurava l’unione con il corpo del libro. Il rinforzo cucito alle due estremità del dorso si chiama capitello. capitello

Le legature potevano essere sostenute da assi di legno o piatti di cartone e rivestite in pergamena, cuoio, tessuto, carta.

Le coperte venivano a volte decorate, impresse a secco o con l’apposizione di oggetti preziosi, a seconda della destinazione, ma anche della tradizione artigianale del luogo o dell’artista che veniva coinvolto nell’operazione.ferri per incisioni legature

Poiché per un lungo periodo i libri venivano conservati poggiati uno sull’altro, venivano applicati degli elementi metallici, le borchie, che lasciavano un po’ di spazio tra i libri così che non si rovinassero. Alcuni libri presentavano dei cantonali, rinforzi agli angoli fatti in metallo o in altro materiale e infine spesso venivano chiusi e protetti da graffe e contrograffe o da bindelle in pergamena allumata, in stoffa.

guardieLa legatura, quindi, veniva completata da fogli di guardia messi a protezione dei primi fogli del libro.

 

 

 

Ed ecco a voi, in poche, incomplete, parole la costruzione di un libro di epoca medievale.

Spero che, seppur breve, comunque che sia stato per tutti un bel viaggio in un mondo nuovo.

 

 

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Lezioni semiserie di codicologia – 4

Gen 15

Lezioni semiserie di codicologia – 4

Siamo arrivati alla penultima lezione, ma se vi piacerà, potremo continuare a scoprire insieme altre bellezze e curiosità dei manoscritti medievali.

Vi ricorderete che nei precedenti post, eravamo riusciti a scegliere il supporto giusto, la carta o la pergamena, a rigarlo, a secco o a colore, ed eravamo pronti a riempirlo di scrittura con una penna di volatile, più facilmente d’oca, sufficientemente resistente ed elastica per poter scrivere su un materiale particolare come la pergamena, ma utilizzabile anche sulla carta.

Se poi avete pensato anche che sarebbe stata una bella idea decorare il libro, allora oggi sarà necessario fare attenzione all’ordine delle operazioni.

asciugatura inchiostroRicordatevi: prima si scrive, poi si decora. miniatrice

Come le vostre matite che con l’uso si consumano, il calamo e la penna dovevano essere temperati e per questo veniva usato un coltello. Pare che i copisti avessero bisogno di affilare il loro pennino così spesso che erano costretti a tenere vicino a sé fra sessanta e cento penne d’oca già pronte.

 

spazio riservatoChi scriveva doveva essere, poi, così gentile ed efficiente da lasciare non solo gli spazi per il collega miniatore, ma anche essere in grado di agevolare il suo lavoro segnando le lettere guida là dove sarebbero andate delle iniziali decorate, e lasciando brevi note con le indicazioni per l’eventuale illustrazione.

 

I fogli scritti venivano poi piegati a formare dei fascicoli che sarebbero stati legati insieme.foglio

In effetti, non sappiamo con certezza come venissero scritti i fascicoli, se quando i fogli erano già piegati o mentre erano ancora da piegare. Molto probabilmente erano diffusi entrambi i metodi.

fascicolazione
Quindi, una volta tutto pronto, anche i fascicoli dovevano essere messi nella corretta successione.

Per questo, all’inizio si usava numerare i singoli fascicoli, 1, 2, 3 … oppure primus, secundus, tertius… Poi, intorno all’XII secolo, si cominciò a utilizzare il sistema del richiamo.

Il richiamo veniva posto sul margine inferiore dell’ultima carta del fascicolo e consisteva nelle prime lettere o parole scritte sul primo rigo del fascicolo successivo. Questo garantiva (mai al 100%, però!) che la sequenza dell’opera sarebbe stata rispettata.

 

richiami

A questo punto si aveva il codice (in termine tecnico: l’unità codicologica), pronto per essere completato dalla legatura.

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L’unione fa la forza… Intervista con Lorena Stochino

Gen 07

L’unione fa la forza… Intervista con Lorena Stochino

Vi presento Lorena Stochino

Archivista da vent’anni e libera professionista da otto, Lorena ancora affronta con grande passione ed entusiasmo il suo lavoro, ‘lottando’ per sé e per gli altri, alla ricerca della conoscenza e sempre con una grande curiosità per la vita.

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La prima domanda che di solito pongo agli ospiti di questo blog è perché abbiano scelto una disciplina come l’archivistica…

Agli archivi sono arrivata dopo la laurea in lettere, per puro caso. E poi, insomma, questa disciplina mi è entrata dentro e ho scoperto che non è certo un lavoro che si può fare senza passione. Ti puoi avvicinare casualmente, ma se scegli di andare avanti, il percorso è talmente particolare che solo la passione può darti la giusta motivazione. Per me fare l’archivista vuol dire avere potenzialità e potere: si apre un mondo. Credo si possa dire che l’archivista ‘governi’ la storia, nel senso della memoria storica. Questo è un aspetto importante da capire e gli archivisti lo sanno bene.

Che cosa vuol dire che ‘l’archivista governa la storia’?

È un concetto che dominano bene gli archivisti dell’archivio storico, ma ora anche quelli dell’archivio corrente l’hanno compreso (per “archivio corrente” s’intende l’archivio che è attualmente in uso ed è in continuo accrescimento; per necessità pratiche, i fascicoli che compongono l’archivio corrente vengono conservati in locali facilmente accessibili o nella stessa stanza degli impiegati che li utilizzano, ndA). Per questi ultimi è una presa di coscienza più recente perché fino a qualche tempo fa erano considerati dei protocollisti e basta. Ora, nel passaggio alla gestione documentale in digitale è chiaro anche per loro che il loro ruolo è alla base, all’inizio di un archivio che col tempo diventerà storico.

Meno bene, purtroppo, lo capiscono gli amministratori, che non colgono l’importanza di seguire un determinato flusso, un cammino di registrazioni che oltre ad agevolare il loro lavoro costituisce la base per la corretta formazione di un archivio. Ma se ne renderanno conto, ahimè, quando ci si accorgerà che nel passaggio dal cartaceo al digitale saranno andati perduti dei pezzi, dei pezzi di memoria. Solo allora, la consapevolezza tornerà.

Che vuol dire che l’archivistica è potenzialità e potere?

L’uomo acquisisce una forma di potere quando impara a conoscere le verità delle carte e quando ha la possibilità di comunicarla ai posteri.  Gli archivisti hanno un vantaggio perché hanno una visione della storia dall’interno, possiamo dire così. Solo per fare un esempio. sardegna1741-62

In uno dei progetti cui ho partecipato, il Progetto Imago, relativo alla cartografia storica della Sardegna, oltre alle mappe e ai registri del Real Corpo di Stato Maggiore, vi erano moltissimi documenti a corredo. Documenti redatti dai funzionari in cui, oltre alla descrizione del lavoro che veniva svolto, traspare l’umanità di coloro che partecipavano alle campagne di rilevazione e studiando queste carte ci si rende conto di leggere la storia da un differente punto di vista, quello di alcuni dei protagonisti, quasi più “autentico”.

L’importanza degli archivi e degli archivisti era senza dubbio più sentita in passato: basti pensare, solo a titolo esemplificativo, che uno dei primi atti dichaimepart Giacomo II d’Aragona, dopo la conquista del Regno di Sardegna,
fu proprio l’istituzione dell’archivio che fu immediatamente reso segreto, proprio perché l’archivio è, di fatto, il cuore di uno stato. Al giorno d’oggi purtroppo la percezione dell’importanza degli archivi e, di conseguenza degli archivisti, è decisamente venuta meno.

A che cosa stai lavorando ora?

In questo periodo sono ferma ma con molti progetti in testa. Finora ho fatto diverse esperienze con società informatiche che si sono occupate di diversi progetti archivistici, ma dopo il fallimento dell’ennesima società ho deciso di fare la libera professionista. Uno dei progetti più interessanti cui ho partecipato negli ultimi tempi è stato quello relativo alla valorizzazione dei ruoli matricolari del Distretto militare di Oristano dei militari che hanno partecipato alla Grande guerra, ma purtroppo, portato a termine il progetto, non si sono più presentati lavori d’archivio e questo fa di me una disoccupata a tutti gli effetti.

Non è solo un problema di crisi generale, noi in Sardegna, archivisti e non, sentiamo la mancanza di alcune realtà come quelle imprenditoriali, per poter lavorare, per esempio, in un archivio d’industria.

Possiamo lavorare solo con la Pubblica Amministrazione, che il più delle volte preferisce investire in qualcosa di più tangibile, intervenendo su un sito archeologico con il quale ha un immediato ritorno, invece che con il riordino di un archivio il cui ritorno di immagine e di utilità è ovviamente più lento.

tremoschettieriIn Sardegna la maggior parte sono liberi professionisti o impiegati per singoli progetti, ma una delle tante idee su cui si discute è di mettersi insieme ognuno con la sua specializzazione – c’è chi si occupa prevalentemente di archivi correnti, chi invece è specializzato negli archivi storici medievali e moderni, chi ancora nelle digitalizzazioni, etc. – in modo da poter proporre offerte più complete e appetibili.

Ora fai parte del Consiglio direttivo ANAI. Che cosa ti ha insegnato questa esperienza?

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L’esperienza come consigliere del direttivo nazionale Anai è unica e si sta rivelando ogni giorno di più preziosa e stimolante. Ho acquisito la consapevolezza di far parte di una grande comunità in cui ciascuno porta, o tenta di portare, il proprio contributo e questo, almeno per me, è un grande arricchimento. Mi confronto quotidianamente con realtà che prima non conoscevo e questo mi ha aiutato e mi aiuta anche a vedere l’archivistica in modo differente.

Di una cosa sono certa, e con me lo sono i miei colleghi sardi (e non solo): l’importante è non mollare!

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Lezioni semiserie di codicologia. 3

Dic 18

Lezioni semiserie di codicologia. 3

Nelle scorse lezioni, ci siamo procurati il supporto, sia esso di pergamena o di carta, e lo abbiamo ritagliato e curato; ora siamo pronti per avviare l’allestimento del libro.

Poggiate pure le penne, perché prima di iniziare a scrivere è necessario rendere la pagina ‘accogliente’ per la nostra scrittura.

Non ci sono righe né margini di giustificazione su questi fogli, quindi dovevano essere tracciati a mano per permettere di scrivere ordinatamente. La questione ‘rigatura’ è vasta e articolata, ma in questo breve spazio cercherò almeno di darvi alcune informazioni base su quello che succedeva in uno scrittorio monastico (scriptorium) o in un laboratorio laico quando era giunta l’ora di dedicarsi al testo e alla decorazione.

La pagina manoscritta doveva mostrare l’equilibrio tra le parti scure, la scrittura, e quelle chiare, i margini, e doveva permettere un’armonia dei segni perché sia lo scrittore sia il lettore potessero scrivere e leggere con maggior agio possibile una scrittura oggettivamente difficile da interpretare, anche per coloro che avevano una certa dimestichezza con caratteri e testi così particolari.

Oggi, parleremo del primo atto per la preparazione della pagina: la rigatura.

Per cominciare, sui margini esterni (ma la tecnica varia nel tempo), venivano apposti dei forellini, posti a uguale distanza l’uno dall’altro, provocati dalla punta di un punteruolo o da una ruota dentata,  quindi, grazie a una riga, venivano tracciate le linee su cui poi si sarebbe scritto. Anche se le principali tecniche di rigatura sono fondamentalmente due, a secco, tracciate con una punta, e, a partire dall’inizio del XII secolo, anche a colore, segnate con la mina di piombo o con l’inchiostro, anche in questo caso sarebbe necessario entrare in maggiori dettagli.

 

Il nostro obiettivo, però, non è di scrivere un trattatello di codicologia, ma solo di capire quali fossero le mosse principali per costruire un codice medievale. Prometto, però, di dare alcune indicazioni bibliografiche alla fine di questo breve ciclo.

Procediamo. Lo scriba doveva trovare il posto al testo, alle iniziali, alle illustrazioni e lo faceva quindi aiutandosi con riga e squadra tracciando uno ‘specchio’, lo specchio scrittorio, appunto, cioè un rettangolo che fosse pronto ad accogliere la scrittura; quello che gli studiosi chiamano la mise en page, diversa per ogni tipologia di testo. 

Quindi il copista prendeva la sua piuma d’oca e cominciava a tracciare i caratteri della scrittura, lasciando gli spazi per il decoratore.

rigatura

 

La scelta di far tracciare a un bue le nostre giocose righe non è casuale. Mi piaceva così ricordare una delle prime testimonianze di volgare italiano, tra le più note, risalente all’VIII secolo che dice «Se pareba boves alba pratalia araba et albo versorio teneba et negro semen seminaba».

Questo è il famoso indovinello veronese che molti di voi forse ricordano di aver studiato a scuola: C’era una volta un bue / bianchi campi arava / e bianco aratro teneva / e nero seme seminava.

Naturalmente il bue non tracciava le righe con il punteruolo, ma ‘diventato’ penna, scriveva con il nero inchiostro sulla pagina bianca.

 

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