L’utilità della poesia

Gen 13

L’utilità della poesia

«Disegno della tua voce sulla riva del sonno, / scogliere di piuma e quell’odore di costa vicina, / quando gli animali gettati nella stiva, creature di sentina / annusano l’erba e sui ponti s’inerpica un fremito di pelle e di godente furia» (Julio Cortàzar, Naufragios, trad. di Milton Fernández).

Ma perché la poesia è tenuta lontana, come fosse un nemico? Come fosse qualcosa che non ci può appartenere: è difficile, non siamo degni, non è vera. Queste sono solo scuse. Sì che la poesia è vera. Possiamo leggerla e farla nostra. Si può insegnare a scuola, ma è importante sapere che per funzionare le parole dei poeti devono fluire liberamente e senza obblighi tra le labbra e nelle vene. Il nostro corpo reagisce alla poesia prima ancora della mente. I nostri sensi ascoltano, assaporano, vedono le parole. Potremmo riscoprire il nostro corpo attraverso la poesia e toccare quello che la poesia sta raccontando: ci pare di averle a contatto della pelle, le scogliere di piuma, morbide che non ci graffiano ma ci accolgono. Scopriamo – ci ricordiamo – di essere capaci di annusare il profumo dell’erba, quello del mare, e improvvisamente ci rendiamo conto che anche le nostre emozioni hanno un odore. Forse possiamo anche vedere un profilo tracciato nell’aria dal suono di parole che ci toccano nel profondo, così concrete da avere forma.

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Scrivere e pensare e camminare

Gen 03

Scrivere e pensare e camminare

Siamo così abituati ad avere parole scritte intorno a noi, che spesso non siamo pienamente consapevoli dei loro veri obiettivi e anche del modo più efficace per usarle. Quante forme di scrittura conosciamo? E come la usiamo, e perché? “Rappresentazione visiva, mediante segni grafici convenzionali, delle espressioni linguistiche”, così il dizionario definisce la scrittura. La scrittura non è una capacità naturale dell’uomo, ma nasce da una convenzione sociale e ogni convenzione che riguarda la società è decisa grazie all’intesa collettiva, per meglio dire, viene definita da una parte della società, generalmente quella dominante, che determina il valore o il significato di ogni aspetto della nostra vita di relazioni. Nel caso di parole scritte, si decide per convenzione anche la loro foggia e il loro uso, oltre che il senso e il significato.

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Chi ha davvero paura, ora?

Nov 15

Chi ha davvero paura, ora?

La paura è con noi ogni giorno.

Assume varie forme ed è sollecitata da diverse motivazioni.

Che cos’è che fa paura? L’ignoto di domani, nel senso letterale del termine. Diamo per scontato che domani sarà il solito domani, ma non è detto che sarà così. Il ‘solito’: che cosa si intende per ‘solito’? Ogni giorno ci offre qualcosa di nuovo, a cominciare dal nuovo giorno. Non tutti ne hanno paura, per ottimismo o perché semplicemente non si ha consapevolezza dell’opportunità che ci viene offerta di ricominciare. Si ha paura di ciò che non si conosce, di quello che si avverte diverso da noi (da ciò che noi crediamo di essere), di quello che sappiamo di non poter controllare. Qualcuno ha paura della propria ombra, dice il Dizionario tra gli esempi dei modi di dire.

Si ha paura anche quando si percepisce che cosa potrebbe accadere se si permettesse un cambiamento. In questo caso, dallo stato emotivo si passa alla strategia della paura altrui e alla lotta contro la propria.

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Di lotta, di amore, ma soprattutto di lotta

Nov 06

Di lotta, di amore, ma soprattutto di lotta

Lotta. E uno pensa ai pugni alzati del popolo cileno, di quello catalano. E dei libanesi, dei curdi, degli iraniani. Quelli degli indigeni dell’Amazzonia, dei giovani di Hong Kong, dell’Ecuador, della Bolivia, di Haiti: è la globalizzazione della lotta. Poi considera le lotte che si portano avanti per il rispetto alle donne, alle ‘minoranze’ e per il diritto alle ‘diversità’. La lotta del popolo, unido que mas serà vencido. Perché generalmente, la lotta, specie se politica, si fa in piena coscienza, e possibilmente insieme. In molti pensano che queste lotte siano troppe e troppo lontane anche solo per coglierne le informazioni, che non si fa in tempo a provare dispiacere e orrore per i curdi, che il Cile si ribella contro la dittatura. In molti pensano che sia sufficiente pensare per se stessi, ché già ognuno di noi è impegnato in una lotta quotidiana. Non c’è spazio né energia per gli altri. Tutti lottano, ogni minuto della propria vita. Per un ideale, per la giustizia, per i propri sogni (per concretizzarli o anche solo per averne). C’è la lotta di classe.

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Viaggiatori d’Occidente

Ott 29

Viaggiatori d’Occidente

Viaggiando scopriamo noi stessi, si dice, ma questo nel Dizionario non c’è scritto. Viaggio, in Treccani, è “l’andare da un luogo ad altro luogo, per lo più distante, per diporto o per necessità, con un mezzo di trasporto privato o pubblico”. Nel corso di un viaggio, però, impariamo davvero molto di noi: quanto siamo resistenti, o coraggiosi, ma anche curiosi, quanto siamo disponibili allo scambio, quante valigie siamo in grado di portare da soli. Abbiamo l’opportunità di venire in contatto con un mondo che non è il nostro e, attraverso quello, diamo, potremmo dare, un senso più profondo a quello in cui viviamo ogni giorno. Incrociamo persone che, per abitudini, tradizioni, condizioni di vita, si comportano in modo diverso da noi, eppure spesso cogliamo gesti familiari che ci mostrano quanto siamo legati al resto dell’umanità.

Quando arriviamo in un posto nuovo, spesso da soli, ci rendiamo conto di aver superato la paura. Non ci ha mai abbandonato, la paura, ma siamo orgogliosi di non averle permesso di fermare il nostro cammino. Non conosciamo nessuno, ma se sorridiamo, qualcuno ci sorriderà. Se chiediamo, qualcuno ci risponderà. Questo accade sempre, nonostante tutto. Si crea una relazione, una corrente di notizie, di esigenze, di sensibilità, di parole che scorre tra noi e gli altri. A guardare bene, la paura, e, di conseguenza, l’accoglienza possono essere più o meno sostenibili a seconda del motivo che ci spinge a viaggiare.

Il senso del viaggio è dato anche dal mezzo che scegliamo. In treno, per dire.

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Silenzio

Ott 16

Silenzio

Il silenzio è «assenza di rumori e suoni», dice il Dizionario Treccani. Si potrebbe definirlo uno spazio fisico-temporale, anche mentale, dove non si ode suono, sospiro, rumore, respiro. No, sarebbe meglio che almeno il respiro si avvertisse. Quindi non esiste silenzio vero, ma quello totale, quello che dicono ci sia nello spazio, dev’essere spaventoso, disorientante, ché non sai più chi sei. A meno che si stia realmente nello spazio, ma con un casco in testa e un collegamento radio con la base. Forse quel silenzio c’è anche sott’acqua. Ma c’è sempre il proprio respiro, il battito del cuore. Temo che il silenzio assoluto ci sia solo con la morte, e possiamo dirlo solo perché in effetti non sappiamo che cosa ci sia ‘dopo’. E se fosse vero che c’è il coro degli angeli? E se non mi piacesse quello che cantano?

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A nostra insaputa

Ott 06

A nostra insaputa

Qualche anno fa ho scoperto come la creatività sia di ognuno di noi. Ne ho già scritto su questo blog, ma oggi la mia ‘presa di coscienza condivisa’ esce anche sul quotidiano Il Trentino e così ho pensato di rilanciare la riflessione anche su questi schermi.

Creatività: “Capacità di creare con l’intelletto, con la fantasia”. Quando si pensa a un creativo viene naturale riferirsi ad artisti, a scrittori, a persone con un ‘dono’, capaci di creare oggetti, storie o forme artistiche che non tutti possono realizzare. Eppure, moltissimi di noi sono dei ‘creativi’ senza saperlo. Per dire, basta osservarsi mentre si legge.

Quando apriamo un libro, o un giornale, creiamo le condizioni grazie alle quali il nostro corpo è pronto ad accogliere ciò che stiamo per leggere. Più o meno consapevolmente scegliamo la posizione più comoda e rilassante, quella che ci disponga a una produttiva concentrazione, o allo studio ed eventualmente alla necessità di prendere appunti. C’è chi si siede alla scrivania, chi sulla poltrona, chi si ferma in piedi davanti alla libreria e nell’indecisione di quale libro scegliere, li legge sul posto, non riuscendo a spiegarsi un certo fastidio alla schiena. C’è chi si sdraia sul letto, chi comincia seduto e finisce, non si sa bene come, sul tappeto con le gambe appoggiate alla parete.

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