Datemi un ‘qualcosa’, ché ho bisogno di scrivere…

Mar 15

– Un qualcosa che?

– Uno spazio, un materiale, qualcosa, per favore, ché non riesco più a trattenermi, devo scrivere!

-Sì, ma che cosa devi scrivere? A chi? Quante persone devono leggere quello che hai in mente? È un pensiero che deve durare o deve essere subito fatto sparire?

È uno scritto ufficiale? Personale?

Che cosa hai a disposizione? Hai carta? Penna? Una matita? Un coltellino svizzero? Niente? Le mani, hai le mani. E su che cosa vuoi scrivere?

 

Avete mai pensato che in maniera più o meno consapevole, sappiamo sempre che cosa usare per scrivere ciò che vogliamo dire? Siamo così abituati a trattare la scrittura e la comunicazione che sappiamo sempre quale materiale e strumento scrittorio scegliere perché il nostro messaggio sia efficace. Lo sappiamo ma la mancanza di consapevolezza (è infatti di più un’abitudine) non ci permette di sfruttare le potenzialità che la scrittura ci offre.

A guardare la storia della comunicazione scritta, si assiste a una sperimentazione continua da parte dell’uomo di trovare il materiale giusto e il luogo adatto per trasmettere e diffondere il proprio messaggio.

Dapprima si usa ciò che si ha a disposizione, a cominciare dal proprio corpo (ma dove li scrivete i numeri di telefono che quelli carini vi dicono al volo?), poi si raccolgono pezzi di corteccia e si incidono (e non lo faranno per esempio anche i soldati che scrivono dalla Siberia?), si disegna e si scrive sulle pareti di caverne ed edifici (e non lo facciamo anche adesso?).

Si fanno tavolette d’argilla, pesanti e poco adatte alla circolazione, e si depositano in biblioteche, si fanno rotoli di papiro, più leggeri più semplici da maneggiare, ma non troppo comodi da scrivere e da leggere.

Si usano materiali grezzi e altri dopo averli lavorati. Si scelgono materiali poveri o preziosi e si affidano loro messaggi diversi. Un testo sacro o una lettera a un amico avranno supporti diversi, è indubbio.

E poi c’è la storia della pergamena, più semplice da procurarsi rispetto al papiro. Oh guarda, permette anche una diversa forma di libro. E la carta? All’inizio non dà tanto affidamento: è leggerina… Certo che però, costa molto meno…!

Se dovessimo far leggere il nostro messaggio a più persone possibili e farlo durare il più a lungo possibile, dove lo scriveremmo?

Se volessimo far arrivare un messaggio velocemente a tante persone su quale materiale lo scriveremmo? Sì, lo so, questo è un discorso fuori dal tempo, abbiamo telefoni, pc e mille altri dispositivi elettronici. Sì ma che cosa resta dei nostri pensieri affidati a quei mezzi?

Scrivere sui muri resta ancora la forma più efficace di comunicazione, qualsiasi sia il tipo di messaggio, politico, celebrativo, di protesta, d’amore…

Su un muro di Roma si può leggere anche questo: «Sono stati in molti a scrivere qui: io solo non ho scritto niente». Ah sì?!

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Prima lezione di Codicologia: Marc Bloch, Danilo Dolci, Giorgio Raimondo Cardona

Nov 24

(le note che seguono sono appunti ordinati per un lavoro più ampio che spero di completare e mettere a disposizione in tempi non troppo lontani)

‘Non vedo i nessi…’, potreste obiettare: non si vedono nessi con la codicologia, lo studio dei libri antichi, non se ne vedono tra i tre nomi, quelli di uno storico, un sociologo-educatore (e scrittore e poeta, e molto altro…), un glottologo (storico, linguista, e, di nuovo, molto altro…), non si vedono nessi e dunque il perché. Ma ora, ça va sans dire, ve lo racconto.

Il corso che quest’anno ho proposto agli studenti dell’Università si sofferma su un aspetto particolare dello studio dei libri antichi, quello della valorizzazione, cioè della condivisione della conoscenza con chi non ne ha che un’idea parziale, nella migliore delle ipotesi. È evidente che trenta ore di lezione non sono sufficienti per comunicare e dunque imparare tutto ciò che ci sarebbe da sapere sulla codicologia e sulla didattica, oltre che per sperimentare ipotesi e soluzioni.

Credo sia necessario, dunque, lavorare per suggerire un metodo, per indicare gli strumenti che permettano di acquisire consapevolezze non solo ‘didattiche’, ma anche storiche (in un’accezione ‘esistenziale’, di scelta). Per fare questo, ho deciso di cominciare proponendo la conoscenza di questi tre uomini, suggerendo, cioè, quelli che secondo me potrebbero essere dei modelli.

Bloch, Dolci e Cardona hanno posto al centro dei loro interessi l’uomo, anzi gli uomini, le attività degli uomini, in cui sono comprese le relazioni e le loro dinamiche.

Con i loro studi e le loro parole, che rispecchiano in maniera sorprendente le loro scelte di vita, hanno dimostrato la complessità e l’importanza di affrontare il soggetto ‘uomo’, e l’imprescindibilità della storia per comprendere il presente.

Il motivo principale di questa mia decisione è l’ammirazione viscerale che nutro per questi uomini e per ciò che hanno insegnato, quindi il principale fil rouge che lega le loro esperienze è la mia sensibilità. Potete farmene una colpa? Lo studio, e non solo, non parte sempre da una scelta personale?

È una questione di scelta, di coscienza, che metto sul tavolo per poter discuterla. Ma che i giovani studenti debbano conoscerli, o approfondire la loro conoscenza, e anche avere l’opportunità di parlarne, questo mi sembra oggettivamente importante.

Il secondo motivo, sempre legato a me e alla mia attività di insegnante (mi perdonino gli insegnanti veri) è che nei miei studi ho imparato e interiorizzato anche le parole di tutti e tre questi personaggi, apparentemente così diversi, a dimostrare come sia fondamentale, e vitale, ampliare i propri orizzonti (nella piena consapevolezza dei miei limiti, naturalmente). Non è sufficiente leggere di storia del libro per conoscere la storia del libro e soprattutto per condividerla, è importante che la mente si abitui ad affacciarsi in altri cortili, dove si fanno altri giochi, dove scorrazzano altri animali…

Il terzo, che riguarda ancora me e anche se questo scritto trabocca di autoreferenzialità, voglio dirlo ugualmente, è che sono stanca di falsi maestri, da intendersi non solo come dispensatori di dottrine fuorvianti (da quali diritte strade?), ma anche come persone che nulla hanno da dire perché nulla sanno (sono?) e che si nascondono in luoghi in cui esercitano un potere, per esempio dietro una cattedra, o da un’istituzione culturale, da cui dispensano arroganza e informazione di dubbia utilità. Molto di personale, è ovvio. Ma ritengo che chi fa cultura abbia una responsabilità e che molti, oggi, questa responsabilità non la concepiscano nemmeno.

La lezione ha preso avvio da questa domanda: “A che cosa serve la storia?”, con cui inizia l’introduzione dell’ultimo libro scritto, e mai completato, da Marc Bloc, Apologia della storia o Il mestiere di storico, una domanda posta dal piccolo figlio e cui Bloch dice di non aver saputo rispondere in modo esauriente.

Per modestia, è chiaro, ma anche perché la richiesta ha generato in lui il turbamento di uno studioso onesto che si pone piuttosto il problema della legittimità dello studio della storia, e dunque della sua utilità.

Una ‘utilità’ che si deve verificare sui metodi, sui confronti, sulle riflessioni, sul proprio presente e la propria esistenza, come sul presente e l’esistenza di altri. Come è possibile capire l’oggi e ciò che siamo, senza conoscere la Storia, cioè il cammino fatto per arrivare a oggi?

A queste domande e riflessioni, ho aggiunto il racconto dell’opera di Danilo Dolci. Ho pensato che durante il corso si  lavorerà e si discuterà di didattica e di condivisione di conoscenze, e quindi che il suo pensiero e il suo agire potrebbero essere illuminanti.

È stato un uomo di grande spessore, ma oggi è ricordato e ri-conosciuto da pochi. Eppure, a mio avviso, il suo lavoro, il suo esempio, il suo insegnamento meritano di essere compresi più di quanto siano, soprattutto in questo momento storico, soprattutto fra i giovani.

Il tipo di approccio, cioè il modo di porsi, la capacità di mettersi in gioco che lui ha avuto, non è certo ‘sorpassato’ o legato a un contesto particolare, ma apre possibilità di riflessione di  non lieve entità. Molti dei suoi insegnamenti sono stati recepiti, ma poi il tempo, nuove riflessioni, nuove informazioni, anzi, un numero mostruoso e non più gestibile di ‘informazioni’, hanno reso le sue esperienze (gli effetti), come quelle di altri maestri, più attenuate, meno incisive, non necessariamente perché superate, ma perché non se ne ricordano più i motivi, le cause, le condizioni che le hanno provocate, e dunque non se ne ricorda più la forza e l’importanza.

Scrive Danilo Dolci: «Ho cominciato a porre domande perché non sapevo», e poi, «Dopo oltre 40 anni di lavoro, mi accorgo di come sia difficile sapere, prima delle risposte, anche quale sia esattamente la natura e il ruolo delle domande». Bloch si interroga sulla legittimità del proprio lavoro, Dolci imposta il suo metodo educativo sulla maieutica, continua a domandarsi e a domandare come e che cosa possa migliorare e rendere efficace, rendere giusto il suo impegno.

Dobbiamo cominciare coll’imparare a porre domande. Forse una volta certe domande sono state importanti perché erano ‘nuove’. Ora saper fare le domande è un’altra volta una novità, e anche un’urgenza. Il dialogo per la conoscenza è la ricerca di una risposta. Non è solo una conversazione. Chi fa le domande costruisce insieme a un interlocutore lo scambio per arrivare a una risposta. La differenza tra i due potrebbe stare nella capacità di porgere la prima domanda e di incalzare il ragionamento con le successive, che non tiene conto di una presunta conoscenza dell’interlocutore, ma della sua coscienza di essere in grado di costruire la risposta: una coscienza che, se manca, dev’essere sollecitata.

Di Giorgio Raimondo Cardona, è stato scritto: «fu un eccezionale personaggio non solo per la sua straordinaria dottrina, ma per il modo innovativo, creativo e accattivante di porre domande e suscitare problemi». Cardona è stato un glottologo, uno studioso della struttura delle lingue e dei loro elementi etimologici e strutturali, e non ha potuto fare a meno di indagare le parole, ma anche la loro scrittura e i loro segni. Ha studiato l’influenza di tali segni sulla vita degli uomini e sulle loro relazioni e tradizioni, spostando la riflessione storica dall’attenzione al nesso parola-segni, a quello pensiero-segni, elaborando una vera e propria Antropologia della scrittura (pubblicata nel 1981, e ora ristampata da UTET).

Il desiderio di conoscere, di studiare, il piacere di farlo, il piacere di condividere, questo di certo è stato un tratto comune a Bloch, Dolci e Cardona, ma questi tre uomini sono legati virtualmente dal medesimo sforzo di voler imparare a domandare.

Non è (solo) curiosità e piacere di conoscenza, è un appassionato, carnale slancio verso il desiderio di costruzione di una consapevolezza, di una coscienza attraverso l’interrogazione di persone, di documenti (scritti da e per persone), che parlano lingue e che usano segni, che tessono relazioni, che costruiscono la storia, cioè la (loro) vita.

Tutti e tre sono stati elementi di rottura con un passato, con un metodo storico, con un metodo educativo che non poteva più essere soddisfacente. Ecco perché ho parlato di questi tre personaggi. Ho bisogno di re-imparare a domandare, i libri, le fonti, ma soprattutto le persone, la storia, la mia, e anche la nostra. È necessario re-imparare a osservare, senza preconcetti, senza abitudini, senza presunte conoscenze.

Ho bisogno di imparare a insegnare quanto sia fondamentale saper domandare e saper osservare. Non per indagare la storia del libro, anche se si può sempre cominciare da lì, anzi direi che i libri siano uno straordinario punto di partenza, ma per cercare di capire quello che siamo e quello che siamo con gli altri.

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Bambini e libri in … mostra

Lug 09

Quest’anno sono riuscita a fare quello che desideravo da tempo: organizzare un percorso con le scuole sulla storia del libro dalle origini fino ai nostri giorni.

A Bezzecca (in provincia di Trento), infatti, la Biblioteca mi ha chiesto di portare le classi quarte delle elementari della Val di Ledro in un bel viaggio nel tempo alla ricerca di libri e di scritture, un viaggio fatto di storie, Storia e laboratori, che durasse l’intero anno scolastico.

E’ stato divertente, per tutti, e lavorare con i bambini è stato, come sempre, molto stimolante, tant’è che mi sono stati permessi ‘esperimenti’ per nuovi laboratori oltre che nuovi spazi per le mie storie.

A Bolzano, invece, sono già diversi anni che accompagno gli studenti delle classi di prima media della scuola ‘Ugo Foscolo’, in un percorso sulle scritture a mano e sui codici medievali.

In entrambi i progetti, e come ogni volta che conduco le classi in una serie di laboratori, l’ultimo incontro è stato dedicato all’organizzazione di una mostra per esporre gli oggetti legati ai diversi argomenti e costruiti dai bambini.

Naturalmente i piccoli della Val di Ledro hanno avuto bisogno di un’attenzione e di un aiuto maggiore, ma la partecipazione è stata notevole da parte di entrambi i gruppi.

Democraticamente, con un sistema di proposte e votazioni, le classi hanno deciso il titolo da dare alla mostra, quindi abbiamo organizzato il percorso. Guidati da domande e osservazioni, i bambini hanno deciso il criterio di esposizione.

Come sempre, ho distribuito fra le classi gli incarichi e gli argomenti da trattare in didascalie e pannelli, lasciando che portassero avanti anche le loro originali proposte, coordinandole.

Così è stato anche quest’anno. A Bolzano, per esempio, gli studenti, più grandi e quindi con una maggiore autonomia di lavoro, hanno preparato una guida alla mostra bilingue, in italiano e tedesco, hanno messo a disposizione il quaderno degli ospiti e organizzato segnaletica e pubblicità.

Pubblico le foto dei loro lavori, immagini che danno l’idea del loro impegno e della loro creatività più di mille parole.

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