Sospesi nel cielo. Sesta puntata

Mar 26

Sospesi nel cielo. Sesta puntata

Giulio aveva alzato gli occhi dalle sue carte spinto da una strana sensazione. Era certo di essere osservato sì, ma si sentiva anche spinto a sollevare la testa da un silenzio che improvvisamente s’era fatto elettrico di parole da dire.

Le parole hanno un peso e una forza, anche quando non si dicono. Restano in testa e si confondono, e confondono perché affollano il cervello e il cuore di tensioni e di emozioni. È vitale lasciarle uscire.

Insomma, l’aveva guardata perché anche se silenziosa, Bonaria s’era fatta sentire. Proprio come diceva Ettore, un silenzio pieno di storie. Sembrava stranamente intimidita, era evidente che stesse per chiedere qualcosa.

Giulio le sorrise pensando di incoraggiarla e si stupì di vederla quasi ritirarsi, con quella mano sottile a coprirsi la bocca. Una bocca ben disegnata e terribilmente espressiva, serrata quando gli occhi si facevano tristi, ma aperta in un sorriso accogliente e disteso nella maggior parte del tempo. «Vieni pure, Bonaria, non mi disturbi certo. Anzi è ora che smetta di lavorare, tra poco arriverà il figlio dei Traverso per la lezione».

«Volevo chiedervi un favore – disse Bonaria, con la sua voce fresca e squillante, non acuta, solo giovane – però è una cosa difficile, non so se siete capace…»

Preso di sorpresa, Giulio spalancò occhi e bocca. «Proviamo».

«Ecco, vi ho detto che sono venuta qui per Antonio. Però lui non lo sa. Non lo sa ancora che sono qui vicino a lui. Non gliel’ho ancora scritto».

«Ma perché mai non l’hai fatto?! Ormai sono due mesi che sei qui, sarebbe potuto venire in licenza!»

Lei aveva le lacrime agli occhi ma la voce era chiara. «Perché non sono capace di scrivere. Il nome mio lo so fare. Ho pensato e ripensato, e alla fine ho capito che solo voi mi potete aiutare».

«E che cosa vuoi che faccia? Che t’insegni a scrivere? Che scriva per te?».

«Sì – rispose Bonaria – sì. Che subito voi scrivete al posto mio, e io firmo, e che poi mi insegnate».

Si era mossa mentre parlava. Dalla porta si era spostata verso il tavolo che Giulio usava come scrivania, aveva qualcosa in mano e nella foga urtò una pila di libri che rovinò a terra. Una foto, era una foto del suo Antonio in divisa. «è bello, vero?» disse, tenera e ingenua, un po’ spaventata dalla sua stessa impresa. Lo disse lasciando andare, finalmente, le lacrime che nascondeva negli occhi.

«Allora scriviamo subito» decise Giulio, commosso e insieme imbarazzato da quella confidenza. «Ma lui la saprà leggere?» si informò Giulio.

«Sì, a lui gliel’ha insegnato il parroco a leggere e a scrivere. Anch’io ci volevo andare ma mia madre ha detto che non stava bene che una ragazza andasse a scuola, e poi dovevo aiutarla».

«Se vorrai posso insegnarti io…».

«Sì. Domani. Ma adesso io vi dico e voi scrivete. E poi firmo», intimò Bonaria, e cominciò:

«Antonio caro,

per prima cosa voglio dirti che sto bene e che non sono io che ti scrivo, ma il signor Giulio, che è un professore ed è molto gentile. La firma però la faccio io, e lui scrive come gli dico io, ma senza errori.

Caro, sono qui sono a Milano. Il signor Giulio è il mio padrone e abito dallo zio Gavino, che tu ricordi.

Spedisci qui le tue lettere (l’indirizzo è sulla busta). Me le leggerà il signor Giulio, o Ettore, che è il suo bambino. Io qui sto attenta a lui e sono contenta.

La moglie non c’è, è a Trento, ma non preoccuparti per me perché il signor Giulio è un uomo onesto.

Vieni appena puoi. Ti voglio vedere. Ses s’alinu meu».

«Vuol dire, sei il mio respiro».

Giulio smise di scrivere, stupito da un’audacia di cui non la credeva capace e anche da un’immagine così piena, così forte.

Bonaria aprì gli occhi che fino ad allora aveva tenuto chiusi, per nascondersi, come fanno i bambini che se non vedono pensano di non essere visti.

Si accorse dello sguardo di Giulio e lo guardò interrogativa «è così che gli dico sempre». Lui arrossì imbarazzato, bofonchiò qualche scusa per averla interrotta «Perdonami – le disse – è una frase così intima, così… difficile».

«Difficile?! – Bonaria sollevò il sopracciglio, come faceva sempre quando era contrariata – perché? Invece è semplice. Senza respirare non si vive e io non vivo senza di lui. Adesso basta. Firmo. Devo andare a preparare la cena».

 

 

Enrico Lionne, Figura femminile con copricapo (1913)

2 comments

  1. Rita Palma /

    Tenera e forte Bonaria, vera donna del popolo. Grazie Adriana, a domenica.

  2. Elena Scrima /

    Che rilevanza poetica ha Bonaria… a domenica

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