‘Abballati abballati…’. Storie in piazza

Ott 29

‘Abballati abballati…’. Storie in piazza

Qualche giorno fa ho chiacchierato con amici di cantastorie e di racconti orali, di storie recitate che sono diventate scritte, fissate in maniera (quasi) indelebile sulla carta perché ormai sono diventate parte di una tradizione da non dimenticare.

Ho pensato, quindi, di recuperare alcune riflessioni e ricerche fatte qualche tempo fa per condividerle con voi, miei cari (quindici) lettori.
Comincerei così:

«Abballati abballati
fimmini schetti e maritati
e si un abballati bonu nun ve cantu e nun ve sonu
sciù sciù sciù
quanti fimmini ca ci su.»

Questa è una delle canzoni del Sud d’Italia che da tempo immemorabile viene cantata e che circola sia oralmente sia stampata su fogli volanti. Se ne possono sentire diverse versioni, differenti per il dialetto e adattate alle tradizioni locali. È stata rielaborata e proposta nel repertorio del famoso cantastorie Otello Profazio, “mastru cantaturi”, e, grazie a lui, è nota in tutta Italia.

I cantastorie sapevano come far divertire la gente, cantando e raccontando storie. A volte usavano travestimenti e parrucche, oppure portavano con sé bellissimi disegni che commentavano segnandoli con lunghe bacchette. Alcuni si muovevano che sembrava danzassero.
Se poi tra i racconti c’erano scoppiettanti digressioni di gramelot, di parole senza significato, di suoni e onomatopee con cui giocare, lo spettacolo era assicurato.

«Qui non ti narrerò il giudicio di Paris, non il ratto di Elena, non l’incendio di Troia, non il passaggio di Enea in Italia, non i lunghi errori di Ulisse, non le magiche operazioni di Circe, non la distruzione di Cartagine… ma ti presento un villano brutto e mostruoso sì, ma accorto e astuto e di sottilissimo ingegno».

Poche parole tratte dal proemio delle avventure di Bertoldo e Bertoldino, recitate e scritte da Giulio Cesare Croce, scrittore e cantastorie della seconda metà del Cinquecento, e già ci sembra di essere in piazza insieme ad altri amici, vicini, conoscenti, tutti emozionati nell’attesa del racconto.
Alcune delle storie raccontate in fiera – le più amate dal pubblico – venivano fatte stampare e anche nello scritto mantenevano il tono istrionico di chi narrava a voce alta.

I cantastorie affidavano ai tipografi i loro testi perché venissero impressi su fogli volanti, ma non potendoli pagare subito, lasciavano un pegno. Alla fine della loro ‘tournée’, durante la quale vendevano al pubblico questi fogli a un soldo, potevano finalmente saldare il debito.

Tra le tante storie narrate in piazza e poi scritte c’erano le avventure dei cavalieri, che piacevano moltissimo, ma erano apprezzati anche i racconti in versi, i Lamenti, o Lai, e le storie sacre.

«Per l’immenso dolore che sentisti, quando in croce per forza ti furono tirate le braccia, e le gambe, al loco delli chiodi / Dio habbi misericordia di me / Per il chiodo, col quale ti fu fitta in croce la man destra / Dio habbi misericordia di me / Per il chiodo, col quale ti fu fitta la man sinistra in croce / Dio habbi misericordia di me».

Questa è un’opera del 1616 che si intitola Devotissima et efficacissima oratione detta le tanaglie d’oro. Venne stampata a Venezia ma di certo era nata come orazione da recitare. La reiterazione delle formule è un espediente verbale che è tipico della parola detta, da memorizzare e ripetere.

Alcuni cantastorie erano particolarmente creativi e padroneggiavano così bene le tecniche metriche e mnemoniche che potevano improvvisare senza fatica. Uno dei più famosi fu il romagnolo Giustiniano Villa (1842-1919), calzolaio ambulante, cantastorie e poeta che nelle piazze recitava le ‘ziredelle’ romagnole in ottonari da lui stesso composte. Erano soprattutto contrasti a carattere sociale, tra padrone e contadino per esempio, che poi anche lui faceva stampare in fogli volanti, per venderle agli spettatori.

Tra questi non erano molti coloro in grado di leggere e quei pochi venivano investiti dell’incarico di farlo per tutti. Era così che si ricreava la magia della storia, di nuovo insieme, intorno al lettore.
Così si leggeva e si rileggeva, fino a quando il foglio si rovinava talmente da dover essere buttato via, e quella storia continuava a vivere nella memoria di chi l’aveva ascoltata e goduta, forse anche sognata.

Non si poteva resistere, a quella magia… e ancora oggi, non si resiste.

Ci sono moltissime edizioni, alcune illustrate, della storia di Bertoldo. Tra le tante, Giulio Cesare Croce, Bertoldo e Bertoldino con l’aggiunta della, Novella di Cacasenno e del Dialogo di Salomone e Marcolfo, presentazione di Alberto Chiari, Milano, Mursia, 1973.

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