Una biblioteca può salvare un quartiere. Intervista con Donatella Natoli – 1

Apr 03

Una biblioteca può salvare un quartiere. Intervista con Donatella Natoli – 1

Vi presento Donatella Natoli

La Biblioteca dei bambini e dei ragazzi Le Balate  è nel cuore del Centro Storico di Palermo, vicino al mercato Ballarò e  Donatella Natoli è tra i fondatori e gli animatori di questa straordinaria realtà.

Su di lei è stata scritta una voce nella Enciclopedia delle donne, a sottolineare il valore e l’impegno di una donna fuori dal comune. 

L’intervista a Donatella è infine risultata assai lunga per gli standard di un blog, ma poiché trovo tutto ciò che mi è stato raccontato assolutamente fondamentale per capire la donna, il suo impegno, le sue passioni e anche l’importanza vitale del progetto, ho deciso di pubblicarlo in due parti.

La prima, che leggerete oggi, sarà dedicata al lavoro fatto da Donatella e i suoi colleghi sul territorio prima della costituzione dell’Associazione Le Balate, nella seconda, che sarà pubblicata il 17 aprile, si parlerà delle attività della Biblioteca.

PRIMA DE ‘LE BALATE’

donatellanatoliDonatella,  sei un medico, che cosa ti ha fatto decidere di dedicarti a una biblioteca?

Sono medico per scelta. Nessuno della mia famiglia era medico prima di me. Ho lavorato 17 anni all’Università, 21 anni in Ospedale e dieci anni sul territorio, con periodi di sovrapposizione Ospedale-Università, ma anche Ospedale-territorio. Gli anni di lavoro universitario sono stati  abbastanza esaltanti, erano gli anni in cui era appena stata varata la riforma ospedaliera (1968) e si discuteva moltissimo per cercare di realizzare una riforma sanitaria che includesse il concetto e la pratica di prevenzione primaria e secondaria accanto a quello di diagnosi, cura e riabilitazione.

La riforma sanitaria, varata nel 1978, legge 833, pur venuta fuori da una lunga mediazione fra concezioni diverse della salute e della malattia, ha istituito un buon Sistema Sanitario Nazionale nel quale, per la prima volta, tutti i livelli di assistenza sanitaria erano estesi a tutti i cittadini, sicuramente uno dei sistemi sanitari più all’avanguardia e rispettoso del diritto alla salute del pianeta. Di quegli anni, sono rimaste dentro di me le discussioni appassionate sul concetto di salute, secondo l’OMS “benessere fisico, psichico e sociale”, che si sviluppavano in tutta Italia attorno al gruppo di Giulio Maccacaro, Giovanni Berlinguer, Massimo Gaglio, Giorgio Bert ed altri, ed a una collana di volumi che aveva per nome “Medicina e potere”. I titoli dei primi volumi sono indicativi del livello di discussione: la medicina del capitale, il talidomide e il potere dell’industria farmaceutica, bambini in ospedale, i diritti del malato, malattia come conflitto, per una psichiatria alternativa, il medico immaginario e il malato per forza, malaria urbana-patologie della metropoli, il mito del bambino iperattivo, per una psichiatria alternativa ecc…

L’ipotesi di lavoro di Maccacaro era che fossero necessarie sempre verifiche e ricerche per scoprire la validità del presupposto, che la Medicina è un’espressione del potere e che la ricerca poteva gettare le basi per una medicina sociale con una gestione di dottrine e pratiche, contenuti e messaggi profondamente diversi. Dal nord-est inoltre il riferimento era il gruppo di Franco Basaglia che voleva rivoluzionare le pratiche violente degli ospedali psichiatrici e costruire una psichiatria alternativa. Sono rimaste dentro di me le relazioni profonde costruite con gli studenti non solo nelle discussioni sulla riforma, ma anche sulle strategie per sviluppare le conoscenze sul campo, per esempio verificando quanto i contesti urbani, lasciati in situazione di estremo degrado, influissero su alcune malattie infettive, quasi scomparse nei paesi europei e da noi ancora floride. Ricordo lo stupore e il disappunto della nostra accademia universitaria quando le nostre ricerche furono pubblicate su un’importante rivista scientifica. Erano le case fatiscenti e la situazione delle fognature la causa di morti, disabilità e malattie.

Questo che racconti è un’occasione per me, e credo non solo per me, di imparare qualcosa che non conoscevo e che mi pare molto importante, soprattutto in questo momento storico. Dopo la ricerca, quindi, che cosa si riteneva avrebbe potuto creare il salto di qualità, della vita delle persone e della medicina?

In quegli anni cercavamo di praticare il concetto che faceva dipendere il mantenimento e la promozione della salute dalle conoscenze, e quindi lavoravamo per la socializzazione delle informazioni quale base di una pratica comune di prevenzione primaria e secondaria per il benessere di ciascuno.

Questa possibilità è diventata più realizzabile quando ho lavorato sul territorio, in un servizio istituzionale per dieci anni, Distretto socio-sanitario sperimentale. È in questo luogo che è maturata, in maniera forte, l’idea che ogni medico dovrebbe sforzarsi di curare o meglio accompagnare nella cura l’uomo, la donna, il bambino o l’anziano nella sua interezza, infatti ogni malattia è un guasto del corpo e/o della mente, che forse poteva essere prevenuto, e alla guarigione concorrono tanti fattori personali e di contesto e non soltanto le cure farmacologiche somministrate.

E poi hai incontrato Danilo Dolci danilodolci

Sì, l’avevo già conosciuto, bambina, al Cortile Cascino, un quartiere di Palermo estremamente degradato, abbattuto alcuni decenni fa, dove lui lavorava. È venuto a incontrare il nostro gruppo nel Distretto socio-sanitario, abbiamo avuto incontri che potrei definire seminariali, ma che forse erano soltanto incontri, che ricordo con la stessa tensione di allora. Come poteva un uomo apparentemente semplice, abbastanza appesantito nel corpo, dire cose che parlavano direttamente al profondo di ciascuno? Ma era proprio così, in alcuni appunti che ho trovato di quegli anni discutevamo di un’azione pedagogica che doveva trasmettere ai bambini il senso dei limiti facendoli spaziare nell’universo e poi arrivare al nostro sistema solare e poi alla terra e a noi come un puntino invisibile, e che per essere credibili ci dovevamo comportare come quel puntino. E così partivano lunghe discussioni sul significato di puntino….

Una volta parlammo dei tempi di riflessione, dei silenzi, delle modalità per entrare in sintonia con la natura senza romperne l’armonia, degli insegnamenti che si potevano trarre dai gesti rituali dei vecchi contadini profondamente connaturati con i ritmi del giorno e delle stagioni. Ma soprattutto discutemmo sulla uguale dignità di pensiero di esseri diversi per età, sesso, colore della pelle ecc. e sulla necessità di non cedere alla tentazione di essere portavoce dei deboli ma soltanto dei compagni di strada. Quel pomeriggio facemmo una ‘gara’ per ricordare i tanti episodi in cui quasi inconsapevolmente eravamo entrati in conflitto con questi enunciati.

dona

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