The proud archivist. Intervista con Augusto Cherchi

Lug 10

The proud archivist. Intervista con Augusto Cherchi

Vi presento Augusto Cherchi

Dal dicembre 2010 è nel direttivo dell’Associazione Nazionale Archivistica Italiana. Storico di formazione, ha completato il suo curriculum con il diploma d’archivista e un corso per aiuto bibliotecario, quindi ha vissuto una decina d’anni combinando didattica e ricerca universitaria, lavoro editoriale, comunicazione politica, consulenza nella costruzione di banche dati, per poi dare vita a un’azienda che rappresenta la sintesi di questo percorso individuale, Alicubi.

Caro Augusto, sono molto contenta di averti ospite in questo piccolo ma accogliente blog. Come sai l’obiettivo è raggiungere quante più persone possibile, non del mestiere (ma anche), cui raccontare il nostro lavoro e, soprattutto, l’utilità delle nostre attività.the proud_tagliata

Viviamo un momento di grandi trasformazioni, che attraversano le nostre professioni e più in generale quelle di tutti i mediatori di informazioni e di produttori di conoscenza. Di fronte a questo, la sensazione che prevale – sia nei dibattiti che si accendono all’interno degli specifici ambiti disciplinari, sia nei confronti tra i diversi settori professionali – è di una grande confusione e di uno stato di profonda incertezza.

È una bella sfida riflettere sui nostri lavori e raccontare l’intensità dei cambiamenti in atto, ani credo sia una necessità, perché finora, bisogna ammetterlo, c’è stata una scarsa attenzione da parte degli archivisti nei confronti del mondo ‘esterno’.

Come nasce il tuo impegno nell’Anai?

Bella domanda. In realtà ci sono finito un po’ per caso, un po’ per rispondere a una provocazione.

Ho preso il diploma della scuola d’archivistica nel 1992. Il mio lavoro prevalente in quel momento era in università, la didattica e la ricerca storica. Passavo gran parte del mio tempo in archivio e in biblioteca, di qui l’interesse a conoscere meglio quei mondi per poterli esplorare con maggiore consapevolezza, per “usarli” con una più matura competenza professionale, per interagire con i custodi dei luoghi della ricerca con la familiarità di dialogo che si crea tra colleghi. Da allora ho sempre guardato alle realtà associative di riferimento (l’AIB per i bibliotecari, ma soprattutto l’ANAI per gli archivisti, a cui mi sentivo più legato) con un pizzico di diffidenza. D’accordo trovare nell’associazione il riferimento a una comunità professionale; d’accordo contribuire alla creazione di legami identitari. Però non riuscivo a trovare motivazioni sufficienti per un’adesione convinta, data con l’intenzione di essere utili e al tempo stesso di trovare delle utilità.

D’altra parte,  ero sempre più convinto che un contesto all’interno del quale avere occasioni di confronto, sviluppare progetti, lavorare per consolidare il ruolo e l’immagine dell’archivista altro ché se aveva un senso! Di qui un atteggiamento critico nei confronti di quello che l’ANAI era e faceva… Fino a quando, un consigliere uscente nel direttivo della mia Sezione regionale mi venne a trovare una sera in ufficio e mi disse: “Sai che c’è? Visto che da anni dici che l’ANAI non fa niente, tu adesso ti iscrivi, io ti sostengo e sono convinto che la Sezione apprezzerà la tua adesione, così vediamo cosa riusciamo a combinare insieme”. Alla fine accettai. E l’anno dopo entravo nel direttivo nazionale di una associazione che al compimento dei suoi sessant’anni si trovava ad affrontare una riconsiderazione radicale della sua natura e struttura.

Quale potrebbe essere un modo per dialogare con quella che stiamo definendo la “comunità”, ma che a volte è formata da persone che nemmeno sanno che cosa sia un archivio e a volte addirittura da istituzioni che l’archivio ce l’hanno e lo vivono come un peso o come un elemento estraneo?31700796-emozioni-positive-ispirazione-gioia-speranza-orgoglio-amore-gratitudine-interesse-stupore-divertimen-Archivio-Fotografico

Sicuramente ci dobbiamo confrontare con incomprensioni e con un immaginario che accompagna il nostro lavoro non proprio favorevole: la percezione dell’archivio come un sotterraneo ostile e polveroso è ancora incombente. Resta il fatto che tutte le volte che portiamo in un archivio qualcuno che non c’è mai stato abbiamo la sensazione di svelare dei mondi: il fascino dei luoghi e la ricchezza delle voci che emergono dai documenti  sorprende e coinvolge il visitatore. Perché questa situazione si crei bisogna però che ci sia, da parte nostra, una maggiore disposizione all’apertura, al gusto del racconto. E c’è anche un problema di linguaggio.

Ti faccio un altro esempio. Uno dei lavori più importanti che seguo dal 2002 è sugli archivi correnti  bancari (ndr: l’archivio corrente è quello che interessa la gestione delle pratiche in uso, ancora attive, che si occupa del momento della produzione del documento e lo segue nella sua fase iniziale quando è ancora negli uffici). Se, in questo contesto, non avessi avuto prima di tutto un’attenzione a capire quali erano i “bisogni” dell’interlocutore che avevo di fronte (la riduzione dei costi, l’ottimizzazione della gestione, l’esigenza di accedere in maniera precisa e agevole al patrimonio informativo, la tutela di diritti in sede legale, la trasparenza nei confronti degli stakeholder ecc.)  e avessi proposto un modello di intervento precostituito, il progetto si sarebbe arenato da tempo. Indispensabile è stato avere ben chiaro che chi mi stava di fronte era una struttura complessa, con una produzione documentale di dimensioni imponenti (8.000.000 di scatoloni nei magazzini di deposito; 1.000.000 di e-mail al giorno) e rispondeva a una logica di business.archivi_genova

Importante è stato fare percepire che uno dei compiti più delicati e qualificanti del lavoro dell’archivista non è solo quello di conservare, bensì è quello di scartare, di organizzare la selezione per fare in modo che sia conservato in maniera corretta solo quello che è necessario e per il tempo esatto per cui deve essere mantenuto.

Insomma – come te – penso che uno dei problemi fondamentali delle nostre professioni sia la scarsa capacità di comunicare con l’esterno, cioè con le comunità che sono intorno a noi, con le quali si sono create spesso condizioni di vero e proprio non-dialogo, benché siamo, spesso a loro insaputa, garanti, proprio in quanto custodi degli archivi.

Il lavoro dell’archivista diventa allora anche una questione di comunicazione. Recentemente l’Anai ha realizzato un evento che ha avuto un certo successo e che era orientato proprio a cercare nuove modalità di comunicazione. In molti casi, infatti, questo ha portato a eventi originali e coinvolgenti, in altri a riproporre modalità stantie e materiali complessi in modi complessi, e poco amichevoli.

Ti riferisci alla settimana di Ispirati dagli archivi che abbiamo organizzato a metà marzo. Sì, è stata una bella operazione di advocacy concepita  con lo scopo di comunicare l’importanza, la pervasività (l’archivio è ovunque ed è di tutti), la polifonia, la fragilità dell’archivio: perché «senza gli archivi rischiamo di perdere la nostra storia e la nostra identità collettiva. Perdiamo la possibilità di imparare dal passato per progettare il presente e il futuro. Mettiamo a rischio la possibilità di avvalerci dei nostri diritti di cittadini, nella nostra quotidianità: nel rapporto con la pubblica amministrazione, in banca come clienti, dal medico come pazienti, nell’acquisto di beni e servizi come consumatori, sul posto di lavoro» (così nella presentazione dell’iniziativa).3692archivi

È stata un’esperienza eccezionale, che ci è letteralmente scoppiata tra le mani: quasi 500 adesioni, oltre 200 eventi organizzati dagli archivi di tutta la penisola, con incursioni anche all’estero. Si pensa ora di trasformarla in un format replicabile con cadenza biennale. C’era  già stato un precedente nel 2001 con una mobilitazione di denuncia per il pesante impoverimento di figure professionali negli istituti del Ministero dei Beni Culturali e da qui il titolo “E poi non rimase nessuno”. Anche in quell’occasione si era riusciti a portate bene l’attenzione sui nostri temi.

Sei il primo libero professionista che intervisto. Qual è la situazione per coloro che hanno scelto di lavorare secondo queste modalità?

Non è facile lavorare come libero professionista: non esistono tutele e quelle che ci sono non vengono rispettate nemmeno nel rapporto tra colleghi.

Nel 2014 l’ANAI ha condotto una rilevazione sullo stato della professione da dove è emerso che almeno la metà di chi lavora come libero professionista non si riconosce come tale ma di fatto si percepisce come un ‘precario’, tanto è forte il senso di instabilità che crea questa condizione di lavoro.

Per affrontare queste situazioni, sempre l’Anai, già nel 2004 aveva stilato il cosiddetto Tariffario dei lavori archivistici, meglio, e più appropriatamente, noto come “Documento per la valutazione dei lavori archivistici”, a cura di Giorgetta Bonfiglio Dosio e Concetta Damiani, come proposta di regolamentazione per i liberi professionisti relativamente al tema delle tariffe dei lavori archivistici. Nella quotidianità questo ‘tariffario’ raramente è stato applicato e i primi a guardarlo con scarsa attenzione spesso sono stati i nostri colleghi archivisti al lavoro in enti e istituzioni.

Nella tua riflessione, un punto nodale è costituito dall’uso della tecnologia…

2015-03-04 21.33.41-tagliataLa tecnologia ha investito ogni ambito di lavoro e creato problemi a quei settori che non si sono fatti trovare pronti a sostenere l’impatto di questo nuovo strumento, e di conseguenza anche la propria professionalità contro una ‘facilità’ di reperimento fonti, informazioni, dati che il web dispensa a larghe mani spesso con superficialità e imprecisione, scarsa attenzione per l’affidabilità e la competenza.

Direi che dal 2000 in poi, il mondo è stato attraversato da trasformazioni epocali che, con eccezionale rapidità, stanno cambiando posizioni e condizioni professionali, organizzazione del lavoro e aspetti giuslavoristici, dinamiche sociali ed economiche, stili di vita.

I primi a farne le spese sono stati propri i beni culturali, che, tra le tante difficoltà, non sempre sono in grado di mantenere una posizione di supremazia, almeno quali garanti della correttezza delle informazioni.

Ho fatto esperienze lavorative in archivio, ma ho lavorato a lungo soprattutto in campo editoriale e ho visto come tutte queste attività si siano trasformate dagli anni Novanta a oggi. Grazie alla tecnologia e all’uso (indiscriminato) della rete, la percezione del valore è sempre più bassa. Una situazione che già l’editoria stava vivendo ma che la tecnologia ha esasperato.

I contenuti sono sempre più limitati e la tecnologia è fortemente condizionante. Oggi il lavoro meglio pagato è quello del S.E.O. (Search Engine Optimization), con il quale si crea un contenuto in funzione delle esigenze di lettura del motore di ricerca, al fine di migliorare (o mantenere) un elevato posizionamento nelle pagine di risposta alle interrogazioni degli utenti del web.

Ma è importante che noi ci rendiamo conto che quello che vediamo in Google non è il mondo, ma il mondo che Google vuole che noi vediamo.

Uno dei risultati pratici di questa situazione che subiamo noi liberi professionisti è un drastico calo dell’attenzione nei confronti della qualità del lavoro: la progettazione non viene più pagata e i contenuti vengono pagati un quarto rispetto a 15 anni fa. E la mia esperienza si riferisce a quelle case editrici che una volta erano considerate tra le principali dispensatrici di cultura in Italia, quelle delle grandi opere enciclopediche e di reference: Treccani, De Agostini, Utet… che hanno ormai ridotto i progetti al minimo come quantità e come qualità e grandiosità, in alcuni casi non esistono più. Hanno lasciato il posto a Wikipedia che ha finora prodotto 40 milioni di voci, miliardi di pagine web di contenuti in 229 lingue, a un costo prossimo allo zero: i dipendenti di Wikipedia mondo oggi sono meno di trecento.

Qual è la strada per risolvere questa situazione così pesante per tutti e soprattutto per i beni culturali?20150228_174831-tagliata

Dobbiamo essere all’altezza della sfida, non farci fagocitare dalla tecnologia ma essere degli utilizzatori consapevoli ed esperti degli strumenti che la tecnologia ci mette a disposizione per trovare il modo di coniugarla con contenuti culturali di qualità. È l’unico modo possibile, oltre a quello di riconciliarci con le comunità e i contesti di riferimento con cui dobbiamo essere capaci di costruire nuove modalità di comunicazione, di ascolto e di dialogo.

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