Le biblioteche scolastiche. Intervista con Alessandra Carrara

Set 25

Le biblioteche scolastiche. Intervista con Alessandra Carrara

Vi presento Alessandra Carrara

Bibliotecaria da 20 anni presso l’Istituto comprensivo Bolzano 6 (Scuola secondaria di primo grado “Ugo Foscolo”e  scuola primaria  “Alessandro Manzoni”), è il faro e il punto di riferimento di ogni insegnante e di ogni studente, non solo per la sua umana simpatia, ma anche per la sua effervescenza nel proporre, aggiornare, stimolare e soprattutto concretizzare un notevole numero di progetti legati ai libri.

 

alessandraL’Alto Adige è un’isola felice per le biblioteche scolastiche, grazie alla legge entrata in vigore oltre vent’anni fa. Qual è la situazione ora, dopo tanti anni?

La situazione è senz’altro positiva: avere una normativa che regola l’attività di una biblioteca in ambito scolastico ha fatto sì che le biblioteche si sviluppassero sino a fungere da centro informativo della scuola, a supporto dell’attività didattica, ma anche permesso di creare le premesse per fare degli alunni dei fruitori di biblioteche. Inutile dire che potrebbero essere fatti ulteriori miglioramenti. Solo per fare un esempio: è vero che ci sono le biblioteche scolastiche ma i bibliotecari sono pochi, non tutte le scuole hanno una biblioteca e un bibliotecario, spesso un bibliotecario è in servizio su  più sedi, a volte è coadiuvato da insegnanti distaccati o volenterosi, o personale amministrativo della scuola. Insomma, la situazione è ancora molto fluida.

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A scuola! Le voci dei bambini

Set 18

A scuola! Le voci dei bambini

«Cara mamma, ieri mi è arrivato il bel libro che voi, sempre buona con me, mi avete mandato. Ne lessi già qualche pagina, ma è veramente bello. Io studio con amore, e quando sento di far fatica, allora penso a voi mia dolce e buona mamma e mi faccio animo».

Cominciano le lezioni a scuola. La maggior parte dei bambini e dei ragazzi (specie da una certa età in poi…) non è proprio entusiasta del ritorno in classe, anche se poi tutti trovano il lato positivo, o almeno una forma di equilibrio, se vogliono arrivare fino a giugno in uno stato psicofisico discreto. E il piccolo Vittorio, nel 1907, scrive alla mamma che sarà il pensiero di lei e il libretto avuto in dono a dargli la forza di affrontare la fatica.

memoriecurioseÈ difficile trovare i testi dei bambini vissuti nei secoli precedenti all’Otto-Novecento: non erano considerati importanti, degni di essere conservati. Ciò che si è salvato si deve alla casualità o all’importanza della famiglia cui si apparteneva, o alla
straordinarietà con cui alcuni bambini erano capaci
di esprimersi, come nel caso di Antonio Stefano Cartari, che, a dire il vero, apparteneva a una famiglia di censo elevato di Roma ed aveva anche una grande padronanza delle sue capacità scrittorie e non solo, se a soli 11 anni poté cominciare a scrivere le sue Memorie curiose, annotando tutto ciò che vedeva e ascoltava intorno a lui.

A scuola si imparavano le buone maniere, a recitare le preghiere nel corso della giornata, e anche a leggere e a scrivere.

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Ancora lingue antiche… o siete stanchi?

Mag 22

Ancora lingue antiche… o siete stanchi?

Lo so, due settimane fa i manoscritti in lingua sarda, oggi quelli in lingua volgare italiana: potreste essere stufi di certi argomenti…

Ma mi pareva di aver preso un bell’avvio, non potevo lasciarlo così. E poi mi sono tornate in mente le letture di due tra i più grandi studiosi italiani, cui non sarò mai abbastanza debitrice, Armando Petrucci e Attilio Bartoli Langeli.

La loro intelligenza e superiorità – lo sguardo ampio, l’intuizione geniale, la capacità di approfondirla e poi trasmetterla – nel saper indagare il più banale dei documenti ha illuminato la strada a moltissimi studenti, studiosi e curiosi. Alla fine del post troverete i titoli di un paio dei loro libri, e intanto vi racconto uno tra i tanti argomenti che ho imparato seguendo le loro ricerche: la scrittura della lingua volgare italiana.

Che sia detta ‘volgare’ perché parlata (e scritta) dal volgo, dal popolo, ormai è noto. Quello che non tutti sanno è che ci sono molti modi per parlare e per scrivere il volgare (come accade ancora oggi) e non solo perché tante sono le regioni e le tradizioni linguistiche, ma anche perché diverse erano le conoscenze e le abitudini, gli usi e le necessità di coloro che dovevano applicarsi in questa attività, così impegnativa.

Siamo tra il XIII e il XIV secolo. La questione era complessa: si trattava di scrivere con un alfabeto che fino ad allora era stato usato per scrivere in un’altra lingua, il latino, senza punti di riferimento e senza esempi. In poche parole, bisognava scrivere ascoltandosi parlare, e leggere facendo l’operazione inversa: e non è detto che il risultato portasse alla medesima conclusione…

Di certo l’uso del volgare permetteva a molte più persone di avvicinarsi al mondo scritto. Sono notevoli le testimonianze di coloro che ne sentirono un tale bisogno da avventurarsi ugualmente in una realtà piena di insidie. Eppure in tanti vollero imparare.

Alcuni si specializzarono in poche frasi o anche nel solo nome, da mettere in calce a carte e moduli. Altri scrissero senza alcun criterio di ortografia e di sintassi, evitando accuratamente apostrofi e accenti, per non parlare della punteggiatura, e con terribili difficoltà nel decidere la fine di una parola e l’inizio di un’altra, ciò che mentre parliamo non necessariamente avvertiamo.

«Io ti priecho chetutorni tosto ionono achora fachto il filgiolo» scrisse Maddalena Strozzi al marito Neri di Donato Acciaiuoli, esule da Firenze, informandolo della sua gravidanza e pregandolo di tornare in fretta.

Giovanni Ghezzo, un contadino toscano che non era mai stato a scuola, volle scrivere per comunicare con il suo principale. La sua lettera così s’avvia: «avanni. Gheço uisi rachomada. Ebib una letara laqualemadaste iosoe» (a Vanni. Ghezzo vi si raccomanda. Ebbi una lettera la quale mandaste, io so e…).

C’era chi sapeva leggere e scrivere, chi sapeva solo leggere o solo scrivere, chi era in grado di scrivere solo alcune parole o frasi, o aveva memorizzato le lettere del proprio nome per firmare.

Le conoscenze erano perlopiù funzionali all’attività lavorativa. Di certo la maggior parte dei ‘semicolti’, così si definiscono coloro che non avevano avuto una sufficiente istruzione, sapevano scrivere meglio di quanto sapessero leggere, e soprattutto sapevano fare di conto.

L’insegnamento della scrittura si basava soprattutto sull’imitazione e quindi si può quasi dire che chiunque avesse un minimo di conoscenza potesse trasmetterne le basi. Giovanni Antonio da Faie, toscano della Lunigiana, si ingegnava a imparare a scrivere facendosi mostrare le lettere dagli studenti che lavoravano nella sua bottega «tanto che imparò l’abe e cognose le letere molto bene». L’abe in effetti sarebbe l’abc (e notate che parla di sé in terza persona).

Mai come tra il XIV e il XV secolo si trovavano così tante tipologie di scritture diverse: c’erano scritture per i libri e quelle per i documenti; quelle per libri in latino e quelle per il volgare; scritture per questioni personali e per note pubbliche.

Di certo la consapevolezza dell’importanza di saper scrivere era piuttosto forte perché come scrisse Michelangelo da Volterra nel 1450, chi non sa scrivere e leggere «è in questo mondo come un’immagine di marmo, et può dire di non ci essere».

E se Michelangelo è un uomo colto e forse più consapevole, ci sono testimonianze anche di altro genere che ci permettono di cogliere tale consapevolezza: all’inizio del Seicento, nel Rione Campitelli di Roma, un quartiere popolare, i genitori scrivono al papa Paolo V perché conceda loro di avere un maestro nel quartiere: «Francesco Santini et in Fra scriti espongono con ogni venerenza alla S.ta sua, come sono quatro anni in circa, che nel Rione di Campitelli non c’è Maestro di scola, et molte povere vedove, et alte miserabile persone non hanno dove mandare i lor figloli, se nò nelle Scuole pie in San pantaleo con grandisima scomodità et di lungo viago, e che sono maluestiti…»

Possiamo vivere senza saper leggere e scrivere, perfino ora, in questo mondo tutto scritto, ma non potremo partecipare, conoscere (e dunque crescere), comunicare davvero, fino in fondo, quello che desideriamo e quello che siamo. Saremmo come delle statue di marmo e potremmo dire di non esistere.

 

**Per cominciare a conoscere Bartoli e Petrucci, suggerirei questi due volumi, all’interno dei quali troverete moltissimi riferimenti bibliografici:

Attilio Bartoli Langeli, La scrittura dell’italiano, Bologna, Il Mulino, 2000 (L’identità italiana, 19)

Armando Petrucci, Prima lezione di paleografia, Bari-Roma, Laterza, 2007

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