Sospesi nel cielo. Settima puntata

Mar 29

Sospesi nel cielo. Settima puntata

Ettore aveva preso l’abitudine di scrivere sul quaderno azzurro dopo mangiato, prima dei compiti. E Bonaria con lui faceva esercizi, prima di lavare i piatti e riordinare la cucina. Giulio li contemplava senza poter credere alla sua fortuna: due giovani così sarebbero stati la forza della nuova nazione. Anche se solo pensarla, una frase così, con quella retorica che piaceva tanto ai suoi amici, già lo metteva a disagio. La sua scelta politica era sincera e meditata, ma non riusciva a togliersi dalla mente dubbi e incertezze, ma soprattutto la paura, per la sua famiglia ma anche per la gente rimasta, e anche l’orrore di cui Clara raccontava nelle sue lettere e di quello che aveva visto, poco, a dire la verità, perché era andato via appena il suo nome era stato messo nella lista delle persone ‘politicamente inaffidabili’.

A Giulio piaceva il gesto che Ettorino faceva inconsapevolmente mentre scriveva. Il bambino si metteva sempre una mano fra i ricci nello sforzo della concentrazione e poi, passando davanti agli specchi di casa, si sorprendeva con i capelli sempre scomposti e non riusciva a spiegarsene la ragione. Cominciò a pensare che fosse il vento provocato dai pensieri che passavano.

«Scrivere – spiegò al papà un giorno – mi fa sentire più leggero perché quando ho un’idea in testa, mi sembra che bussi per uscire, e quando l’ho scritta la mia testa è più fresca. E poi – lo disse abbassando la voce – mi sembra di raccontarlo alla mamma. Mi manca tanto, papà». Quel giorno Giulio lo prese in braccio, per consolarlo, e si rese conto di quanto fosse addolorato.

«Mia adorata Clara,

Ettorino (chissà per quanto tempo ancora potrò chiamarlo così) non fa che chiedermi di te e del tuo arrivo. Qui sta bene e Bonaria è straordinaria con lui, ma è alla sua mamma che continua a pensare. Non sai che pena stare lontano da te. Non aspetto che il momento di rivederti e di riabbracciarti. Averti al mio fianco mi toglierebbe ogni affanno. Averti tra le braccia mi restituirebbe la vita. Clara, la tua pelle, il tuo profumo. Sono tuo. Con te è il mio cuore, con te è il mio corpo. Mi fermo, ma solo perché stanno per arrivare gli amici e non riuscirei a sostenere l’emozione che mi prende. Spero di poter avanzare la richiesta per organizzare il tuo arrivo qui. Non resisto un minuto di più. Ed ecco che torna, il desiderio. Ormai sembra essere questa la mia vita, emozioni dolori nostalgie, non c’è nulla che possa placarmi, solo tu anima mia. Credevo che superare il confine mi avrebbe messo in salvo, l’anima più che la vita, e invece ancora non riesco a capire che cosa ho intorno. Ho lasciato ciò che conoscevo o che credevo di conoscere per sentirmi libero e invece sono lacerato dalla paura eppure anche dalla curiosità. Mi sembra di essere in perenne movimento, anche se sono costretto a stare quasi sempre chiuso in casa. Non so quale sia il mio posto, non so che cosa devo fare perché non ricordo più il senso della mia scelta.

Ora che sono lontano da te, dalla mia terra, mi sembra di essere un corpo fluido che non riesce a ricomporsi. In questa situazione di incertezza, alcuni di noi si lasciano galleggiare, nuotano o volano, quasi spensieratamente, come fossero nel mare o nel cielo, sfruttando le correnti, altri cercano disperatamente un appiglio. Altri ancora cercano di navigare, il più delle volte, a vista, cercando di resistere a questa attrazione del vuoto, del non sapere che è così affascinante e pericolosa.

Se almeno ci fossi tu, amore mio

Tuo, Giulio».

Quella sera Ettore ebbe il permesso di restare in piedi, purché non disturbasse una delle riunioni di Giulio, di cui non avrebbe dovuto mai parlare, e che invece aveva nominato quel famoso, strano pomeriggio. Era meglio che non se ne parlasse troppo. Ciò di cui si discuteva non era sempre lecito. Per evitare altre ansie a Ettore, Giulio decise di non dire niente di questo episodio ai suoi amici.

«Siamo scappati dal Trentino per continuare a combattere contro gli Austriaci, e non riusciamo nemmeno a metterci d’accordo per una riunione?!» Alfonso lo chiese alzando forte la voce.

Ettore si fece ancora più piccolo ma non aveva alcuna intenzione di andarsene.

«Perché Luigi e Emilio non sono venuti?» insistette.

«Verranno verranno, lo sai che stanno tornando da Verona – disse Giulio – e poi anche se qui siamo liberi, è necessario ugualmente fare attenzione».

Giulio e il suo amico Alessandro, un giovane dallo sguardo buono che piaceva tanto a Ettore, si scambiarono uno sguardo d’intesa, non riuscendo a trattenere un sorriso: quando Alfonso si arrabbiava, gli tremavano i baffi e spesso gli amici facevano fatica a non ridergli in faccia.

A Ettore, invece, che s’era un po’ intimorito per il suo vocione, quei baffi gelatinosi non facevano alcuna impressione, né buona né cattiva. Aveva avuto il permesso di partecipare alle riunioni quando un giorno, dopo aver ascoltato alcuni discorsi tra il papà e il nonno, aveva domandato: «Noi siamo irredentini, vero? Perché vogliamo liberare il Trentino dagli Austriaci, vero? E vogliamo l’Italia unita anche col Trentino e con tutte le terre che sono in mano agli stranieri, vero? È per questo che stiamo combattendo, vero? Anch’io sono un irredentino!». I due grandi erano rimasti esterrefatti ma poi erano scoppiati a ridere. Ettore era un po’ offeso, perché a lui pareva di aver capito tutto e di aver fatto un gran bel discorso.

«Irredentisti, si dice, non irredentini!» Disse il papà asciugandosi le lacrime dal troppo ridere, «se vuoi esserlo anche tu e se vuoi capire meglio che cosa vuol dire, dovresti partecipare ai nostri incontri».

«Sì papà, vorrei esserci anch’io, per favore, lasciami venire» lui disse, rosso in viso per la vergogna, cercando di memorizzare quella nuova parola senza perdere l’ardore e la convinzione che l’avevano spinto a balzare in piedi dalla sedia con tutte quelle sue idee.

Ed eccolo qui, insieme ai grandi, che ascoltava e imparava, in silenzio. Le domande poteva farle solo al papà, ma la mattina successiva e dopo la colazione.

 

 

Enrico Paulucci, Signora che legge

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