Sospesi nel cielo. Seconda puntata

Mar 08

Sospesi nel cielo. Seconda puntata

Ettore entrò in casa urlando come un forsennato, sporco e felice come solo i bambini di dieci anni sanno essere, e spalancò la porta a vetri della camera da pranzo. I genitori di Alfonso l’avevano sempre tenuta chiusa perché fosse perfetta nelle occasioni speciali. Solo che al signor Goffredo il pensiero di avere ospiti causava disturbi gastrici e ogni volta che sua moglie proponeva un invito mostrava una smorfia di tale dolore che la signora Brunella aveva dovuto rassegnarsi e rinunciare a qualsiasi forma di vita sociale. S’era presa, però, almeno la soddisfazione di arredare quel salone come più le piaceva.

Da quando Giulio ed Ettore erano arrivati, quella stanza era invece sempre aperta, anzi forse era la parte della casa più utilizzata, per la gioia di Alfonso: come era stato possibile fino ad allora privarsi della bellezza e della luce di quel luogo?!

«Buuu!». Ettore si bloccò di colpo alla vista di quattro facce stupite, e adulte. I vetri smerigliati delle ante stavano ancora vibrando. Lo guardarono a bocca aperta, uno di loro, seduto sul canapè a ventaglio che la mamma di Alfonso aveva comprato con orgoglio a Firenze, s’era portato la mano al petto…

Ma poi sorrisero tutti e Ettore pensò che nessuno si sarebbe arrabbiato, e anche che nessuno sarebbe morto di un colpo al cuore. Ciò lo tranquillizzò molto. Si ricordò che il padre gli aveva annunciato la visita di certi colleghi del giornale in cui lavorava.

Salutò educatamente i signori, con un lieve inchino, compito e abbastanza impettito, serio almeno quanto glielo permettevano quei bei baffi neri di fuliggine che si era fatto giocando ai tre moschettieri con i suoi amici. «Buona sera signori – disse – mi dispiace di avervi spaventato, ma non sapevo ci fossero ospiti…».

Si accorse dei baffi quando si vide riflesso nella specchiera del grande bouffet di fronte all’entrata. Non riuscì a trattenere una smorfia di imbarazzo.

«Ah, non preoccuparti, ragazzo. Dunque – chiese a Giulio – questo è tuo figlio, o è d’Artagnan..?» disse ridacchiando il più anziano dei presenti, che portava baffi ben più grandi e spettacolari di quelli di Ettore.

«Sì signore, sono Ettore, il figlio di Giulio, non d’Artagnan. D’Artagnan non esiste. O forse sì – era dubbioso – ma di certo è morto!» rispose il bambino, un po’ stupito dall’ingenuità di quel tipo… «So tutto dei tre moschettieri, il papà mi ha raccontato la storia».

«E come ti trovi qui a Milano? Ormai sono tre mesi che siete arrivati, sei riuscito a farti nuovi amici?» .

«Mi trovo molto bene, signore, e ho già tantissimi amici».

«Che cos’è che ti piace di più della tua nuova vita nella nostra città?» gli chiese un altro dei presenti, di una magrezza così sconcertante che con il riverbero del sole nella stanza, Ettore non era tanto sicuro che fosse di carne e ossa. «Giocare nel cortile ai tre moschettieri, anche con i soldatini, signore. Ah, sono andato a vedere il Duomo e mi è piaciuto tantissimo, e poi sono contento di aver conosciuto Bonaria, ah, e mi piace anche che il papà mi lasci partecipare alle sue riunioni».

A queste parole Giulio era arrossito… «Quali riunioni?» chiesero quasi all’unisono tutti, voltandosi verso di lui. «Riunioni di amici, che altro?!» bofonchiò, controllando se la camicia non si fosse macchiata col vino che gli era caduto dal bicchiere quando era sussultato. Voltandosi lentamente, scoccò un’occhiataccia tale al figlio da far decidere in fretta Ettore che l’idea migliore fosse salutare e andare a fare il bagno.

Il bambino accennò un altro inchino, un po’ più goffo del primo, e corse a cercare Bonaria, la governante.

La raggiunse al piano di sopra che già stava preparando il bagno in quella vasca tanto buffa con i piedi di leone che la signora Brunella aveva scelto a un’asta e per la quale tutta la famiglia non riusciva a trattenersi dal prenderla in giro. «Lo sapevo che eri tutto sporco – disse fingendo un po’ di broncio – vieni qui che ti strofino».

Bonaria veniva dalle montagne della Sardegna, anzi dal centro dell’isola, un posto lontano che si chiamava Gavoi. Il suo accento era molto diverso da quelli che Ettore era abituato ad ascoltare, sembrava duro, eppure pian piano, a stare attenti, si poteva sentirne la musica.

Aveva un modo speciale di coccolare il piccolo, che in realtà era grande quasi quanto lei, ma che diventava minuscolo tra le sue braccia fresche e morbide, mentre gli canterellava nenie nella sua lingua misteriosa. Anche quando quel monello si infilava in qualche guaio, lei esalava sospiri di parole e invocazioni in sardo che a Ettore piacevano tantissimo.

A dire il vero, Bonaria sospettava che lui la infastidisse apposta pur di farle dire qualche parola nella sua lingua, ma non ne era affatto dispiaciuta. La sua lingua non serviva solo per parlare, era la sua terra, la sua famiglia. Era lei, lontana.

 

 

Ángel Zárraga, “Las futbolistas” (1922)

2 comments

  1. Rita Palma /

    Storia interessante con suspence..non vedo l`ora che arrivi la terza puntata…cosa sono queste riunioni di Giulio? grazie Adri

    • Adriana Paolini /

      Mi dispiace, nessuna anticipazione. Adoro creare suspence.. E grazie mille a te!

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