Sospesi nel cielo. Quarta puntata

Mar 19

Sospesi nel cielo. Quarta puntata

Per voi, oggi, continua il racconto di Giulio, Ettore e della loro famiglia dal Trentino a Milano, ai tempi della Grande Guerra

 

Dopo il bagno, Ettore e Bonaria si fermarono come al solito davanti allo specchio della cassettiera della sua stanza, e giocarono. Lei lo asciugava strofinando forte la testa, e lui si divertiva ogni volta che spostava il telo a farsi sorprendere con qualche smorfia delle sue. Ogni volta Bonaria rideva di gusto, sempre sincera.

A Ettore la risata di Bonaria faceva ridere, gli sembrava saltellante, e rideva ancora e lei rideva di più e lui non riusciva più a respirare e alla fine erano esausti e non si ricordavano più il perché di tanta allegria.

Ettorino aveva i capelli neri, ricci, si vedeva esile ma era molto fiero dei suoi muscoli, già delineati. Le corse, le arrampicate sugli alberi, i giochi stavano costruendo il suo corpo. Aveva il fisico della mamma, sottile ma forte.

Neri erano anche gli occhi, come quelli del babbo, e come lui portava un naso che si capiva sarebbe diventato ‘importante’, la bocca carnosa in quel momento era imbronciata perché cominciava a essere stufo di farsi strofinare.

Diceva che era una fortuna assomigliare ai genitori, oltre che un orgoglio. Come spiegava agli ospiti che non potevano proprio fare a meno di sottolineare le somiglianze, solo in questo caso si era sicuri di essere riconosciuti in mezzo a tanti ragazzini, per esempio all’uscita da scuola. Sapeva che si sarebbe infastidito non poco se il papà avesse riportato a casa qualcun’altro al suo posto. Non riusciva a spiegarsi perché tutti ridessero e scambiassero sguardi d’intesa fra loro, mentre chiariva queste sue esigenze, e quasi troncava il discorso, piuttosto risentito.

Comunque ora c’erano cose importanti da risolvere, col babbo.

Che disastro doveva aver combinato, stavolta. Con quello sguardo che gli aveva fatto ribaltare lo stomaco, non c’era alcun dubbio che il papà si fosse davvero arrabbiato.

Dopo aver indossato i calzoni corti e la camicia chiara comprati la mattina al mercato da Bonaria, per pettinarsi si fermò davanti allo specchio, toccandosi sopra il labbro alla ricerca dei suoi bei baffi spariti.

Decise che era meglio fare qualcosa nell’attesa che il papà venisse a sgridarlo, perché stavolta era certo che sarebbe accaduto.

Seduto al centro della sua camera, Ettore si guardò intorno ma non aveva molta voglia di giocare. La stanza era molto diversa da quella che aveva lasciato in Trentino. I muri erano pieni di ritratti di uomini e donne anziane senza sorrisi, le tende un po’ scure toglievano parecchia della luce che lui amava tanto. Per fortuna Alfonso aveva organizzato un angolo con un baule in cui lui aveva potuto mettere i suoi giochi. Aveva messo in terra un tappeto di lana grossa colorata di rosso e quella chiazza di colore gli metteva allegria. Aveva anche aggiunto un piccolo tavolino e una sedia per fargli fare i compiti.

Il letto aveva la struttura in ferro battuto. Era molto artistico, a dire il vero, ma Ettore non lo sentiva adatto a lui. Un altro mobile che gli piaceva molto, anche se di legno scuro, era la libreria. Alfonso gli aveva liberato alcuni scaffali per i suoi libri e i suoi quaderni. Altissima, per arrivare in cima bisognava salire su una scala agganciata a uno degli scaffali. Più della libreria era la scala a piacergli, in effetti, dalla quale si lanciava sul letto quando giocava a Sandokan.

Sdraiato sul tappeto, alla fine, lo vide. Era un quadernetto azzurro poggiato sulla mensola vicino al letto.

Quel quaderno, invece, gliel’aveva dato la mamma.

All’improvviso gli venne una bella idea. Andò nello studio del padre per prendere pennino e inchiostro. Non aveva il permesso, ma tanto doveva sgridarlo, la lista dei motivi poteva anche allungarsi, pensò.

Tornato in stanza, si mise a sedere al tavolino. Assunse subito quell’aria pensosa che tanto gli piaceva osservare nel padre: sguardo verso la finestra a cercare ispirazione, punta del pennino in bocca… «Oh no! – sputacchiava l’inchiostro qua e là – E adesso chi la vuole sentire Bonaria!» pensò stremato da tante disgrazie.

Però l’idea ce l’aveva sul serio e senza sapere neppure come, cominciò a scrivere:

«Luglio 1916. Questa è la storia del paese di Mi…lengo e della guerra contro gli – si fermò – contro chi?». In quel momento guardò la governante che passava con i suoi vestiti da lavare in mano, bofonchiando suoni incomprensibili, ma che per Ettore furono illuminanti: «Ecco! Sarà la guerra contro gli Istranzos!».

Quella parola dal suono così particolare gli era sempre piaciuta. Gliel’aveva insegnata Bonaria. A lei ogni tanto veniva la nostalgia di casa, così come a lui quella della mamma. Quindi si mettevano vicini e gli diceva che erano uguali, che erano tutti e due istranzos in terra anzena, stranieri in terra d’altri, e si consolavano in questa fratellanza.

Sì sì, un problema è risolto, ma poi chi legge come fa a sapere come è fatto il paese di Milengo…? Si precipitò sul suo baule dei tesori e tirò fuori le matite colorate. A dire il vero era quello il nome che lui aveva dato alla sua scatola dei giochi, Bonaria invece lo chiamava il baule de cussos nichele, delle cose da niente.

Ettore protestava sempre: ma che erano niente, quelle cose?! E così disegnò il paese inventato: fece i fiumi, le strade, le case, gli alberi…

In quel momento arrivò Giulio. A vedere il suo bambino sdraiato sul pavimento, rosso in viso, con la lingua fra i denti e concentratissimo su quel quaderno, si dimenticò di ogni problema.

Con la coda dell’occhio, in effetti, vide anche il suo pennino abbandonato sul tappeto insieme ai colori e alla sua preziosa boccetta di inchiostro di china, ma decise di soprassedere.

«Papà…» disse Ettore accorgendosi della sua presenza e alzando lo sguardo un po’ timoroso, ma anche fermo. Che arrivasse pure questa sgridata, non ne poteva più di aspettare.

Contro ogni previsione si trovò improvvisamente tra due braccia che lo stringevano fortissimo.

«Che cosa stai scrivendo? È il quaderno che ti ha dato la mamma!»

«Ecco, sì…» balbettò Ettore che non aveva ancora capito che cosa stesse succedendo. «è che non avevo voglia di giocare, e allora ho pensato di prendere il quaderno e scrivere qualcosa. Ho pensato a una storia, una storia di guerra. Ma non quella che c’è ora, quella che c’è a Milengo».

«E che cos’è Milengo?» chiese incuriosito Giulio.

«Questo!» e indicò con fierezza il disegno che aveva appena finito di colorare.

«Il paese inventato è alleato dell’Italia – spiegò – solo che l’Italia combatte contro l’Austria, gli abitanti di Milengo sono alleati con l’Italia e combattono contro gli Istranzos, che sono alleati degli Austriaci. Hai capito?» vedendo il babbo un po’ confuso.

«Dov’è questo posto?».

«Ah, vicino» rispose vago.

«Bravissimo. Me lo farai leggere il tuo racconto?»

«Certo che sì!» rispose tutto baldanzoso Ettore, ora che aveva capito che non sarebbe stato punito.

«Adesso però andiamo, a cena mi spiegherai chi sono gli Istranzos».

 

 

Pasquale Celommi, Sulla battigia (1910-1920)

 

6 comments

  1. Elena Scrima /

    Cara autrice, grazie per aver abbreviato i tempi della pubblicazione tra un pezzo e l’altro… la prossima puntata sarà domenica, come al solito?

    • Adriana Paolini /

      Cara lettrice, sì, il prossimo appuntamento con questa storia sarà domenica. Grazie per la tua attenzione e per il tuo entusiasmo

  2. Elisabetta Morelli /

    Grazie! Alla prossima puntata!

  3. Rita Palma /

    Grazie Adriana per i tempi ravvicinati delle puntate, devo dire che mi piace questo Ettore bambino con le idee confuse su quanto succede intorno a lui. Grazie aspetto con ansia la prossima puntata di domenica…

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