Sospesi nel cielo. Decima puntata

Apr 09

Sospesi nel cielo. Decima puntata

“Stasera verranno qui degli amici – disse Giulio ad Antonio, dopo che ebbero pranzato – Vorrei che li conoscessi”. “E chi sono?”, Antonio si sentiva particolarmente a suo agio con Giulio, e si chiedeva come fosse possibile, loro così diversi. “Sono quelli che mi hanno aiutato a scappare da Trento, e che stanno organizzando il viaggio di Clara. Sono buoni amici, credo”. “Non lo sapete, se sono amici veri?”

“Alfonso sì, lui è un amico vero. Ci ha dato questa casa, la casa dei suoi genitori. Lui è un amico. Ma gli altri – Giulio esitò – ecco, non lo so. Si aspettavano che collaborassi con loro con qualcosa di più della mia presenza alle riunioni, hanno cominciato a guardarmi con sospetto, o forse con disprezzo”.

“Non siete più d’accordo con loro?”, Antonio non era certo di capire fino in fondo questo strano discorso. “Non riesco più a sostenere la mia parte – rispose – Desidero che mi aiutino a far venire Clara, ma so di non poterli aiutare. Non come loro vorrebbero. È venuto il momento di essere sincero e di metterli al corrente della mia decisione”. “Antonio! – chiamò Bonaria dalla porta – Vieni a vedere!”. “Vai – disse Giulio – ne parleremo ancora. Non so perché, ma sento di poterti parlare con sincerità, come a un amico”.

Antonio non sapeva che cosa rispondere. Era chiaro che fosse un momento importante, che Giulio era arrivato al fondo di una scelta che gli era costata molta fatica. Gli porse la mano e gliela strinse. Giulio si credeva giunto alla soglia dell’ombra. Si sentiva come fosse bloccato, davanti al confine tra luce e buio, di fronte a una scelta che non poteva più rimandare.

“Giulio! Stasera è importante decidere che cosa fare del deposito di munizioni che gli Austriaci hanno piazzato a *” – esordì Emilio, ancora sulla porta. “Entra, entra prima – Giulio era già nervoso. “Non c’è Ettorino?” “Stavolta l’ho mandato a dormire. Era stanco” rispose ad Alfonso senza riuscire a guardarlo negli occhi.

“Lasciate che vi presenti Antonio – aggiunse – è il fidanzato di Bonaria. È della Brigata Sassari”.

“Si parla molto della Brigata dei sardi – disse ancora Alfonso – siete degli eroi!”. Antonio si limitò a un’alzata di spalle, non aveva intenzione di parlare della sua rabbia. Era lì per ascoltare. “Dobbiamo decidere del deposito di *. Sarà necessario farlo saltare ma prima dobbiamo organizzare un sopralluogo per decidere come fare” – insistette Emilio.

“Prima – Giulio si alzò – voglio dirvi una cosa”. Si fece un improvviso silenzio. “Non è facile trovare le parole, scusatemi. Io … Ho bisogno di fare una scelta, di ritrovare la mia strada. Non sono capace di strategie, non sono capace di atti di forza. Non sono capace nemmeno di pensarli – disse guardando Emilio – Credo che si debba dare ciò che siamo, quello che siamo capaci di offrire.

Ho preso contatto con ** e lo aiuterò con i profughi che stanno arrivando dal Trentino. Lo vedete? La guerra non dà torti né ragioni, è solo dolore, dramma, ingiustizia. Mi avete aiutato e ve ne sarò grato per tutta la vita, ma non posso più essere dei vostri. Non sono capace”.

“Giulio, perché non l’hai detto subito?”, Alfonso ruppe per primo il silenzio con parole da amico, ma Emilio l’accusava “Ci hai traditi! E noi che ci fidavamo, che ti abbiamo aiutato!”. “Sapevamo che c’era qualcosa sotto! Non sono mai riuscito a fidarmi. E tu ora ti metti col nemico, ti allei con quei bastardi austriaci. Ci stai vendendo!!

“Ma io non vendo nessuno! Ma che dite! E poi quei bastardi austriaci sono trentini come noi. Ma…”

“Basta! Non posso sentire!”. Tutti si voltarono verso Antonio. “Che ne sapete della paura in trincea? Che ne sapete dei compagni fatti a pezzi?! Che credete? Che sia uno scherzo?

I nemici, i bastardi austriaci come li chiamate voi, io li vedo dalla trincea, sono ragazzi come noi. Siamo noi. È come ammazzarci fra di noi. Ammazzare noi stessi. Volete sabotare, spiare. E invece dobbiamo smettere. Tutti devono smettere. Dobbiamo smettere di morire!”.

Eccola la rabbia che usciva di nuovo, Antonio non riusciva a contenersi. Parlava con le lacrime agli occhi. Bonaria era uscita dalla cucina quando le voci s’erano alzate e l’ascoltava spaventata, con Ettorino aggrappato al suo grembiule. Era così arrabbiato per non aver potuto partecipare alla riunione che per calmarlo Bonaria gli aveva permesso di stare con lei in cucina. Ora però capiva perché suo padre gli aveva negato il permesso e soprattutto credeva di poter capire il suo sguardo, triste e preoccupato, e lacerato. Le lacrime di Antonio erano lacrime di rabbia, e di disperazione perché doveva ripartire. Doveva tornare a disposizione della morte.

“Ma voi che ne sapete?!” Fu il suo ultimo grido.

Se ne andarono tutti. Ormai incapaci di dire altro. Emilio rivolse uno sguardo di disprezzo a Giulio ma ad Antonio non osò nemmeno guardarlo negli occhi.

“Mia adorata Clara,

l’ho detto. Alla fine ce l’ho fatta a dire quello che avevo nel cuore. Credo che solo Alfonso mi abbia davvero compreso e mi ha rassicurato che continuerà a organizzare il tuo viaggio.

Antonio è ripartito. Non posso nemmeno provare a descrivere il saluto tra lui e Bonaria. L’amore, il desiderio la paura l’angoscia e nello stesso tempo la certezza che la gioventù si dà di veder realizzati i propri sogni.

Dopo la riunione, quando siamo rimasti soli, abbiamo parlato a lungo. Quella sua rabbia, Clara, era disperata. Mi sembrava di impazzire, io, che niente so di quello che lui e i suoi compagni, e i nostri soldati, stanno vivendo. Mi ha raccontato di quando ha conosciuto Bonaria, della loro intenzione di sposarsi. Vorrebbero restare vicino a noi perché non vogliono lasciare Ettore, pensa. Saremo una grande famiglia, e staremo sempre insieme.

Perdonami, ma per questa sera mi fermo. Questa giornata è stata molto faticosa. Le emozioni sono sempre tanto faticose. Non sappiamo quando Antonio potrà tornare, ma forse tu sarai già qui.

Ti amo con tutto me stesso,

tuo Giulio”

 

 

Balthus, Thèrése (1937)

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