Scusi, noi ci conosciamo?

Lug 25

Scusi, noi ci conosciamo?

La conoscenza è «l’atto del conoscere una persona, dell’apprendere una cosa»; è, anche, la «facoltà, capacità di conoscere, d’intendere» (Dizionario Treccani ).

A leggere così, sembra semplice eppure è complesso.

Per conoscenza intendiamo ogni forma di apprendimento: dalla percezione, dall’intuizione all’acquisizione di un ‘qualcosa’ e della sua natura grazie a un’esperienza tattile, a una lettura, a uno studio, a uno scambio verbale o in seguito a una introspezione. Pensare a questi e ad altri strumenti grazie ai quali accediamo a una conoscenza, ci fa riflettere su come la faccenda sia piuttosto complicata.

Perché la conoscenza è questione complessa? Che cosa si intende per complessità della conoscenza? La complessità è la caratteristica di un insieme di parti che agiscono tra loro, la cui armonia non deriva dalla semplice giustapposizione degli elementi.

La prima questione da chiarire sulla complessità della conoscenza è che la complessità non esclude la semplicità, perché la comprende, e la supera quando non basta. Poi, il termine complessità non deve essere confuso con quello di completezza: il pensiero complesso aspira a una conoscenza pluridimensionale, cioè che interessa più settori, diversi gradi di approfondimento, ma è sempre consapevole dell’impossibilità della conoscenza completa.

È necessario constatare il fallimento delle iperspecializzazioni che negli ultimi decenni hanno caratterizzato la politica dell’Università e dell’istruzione scolastica, e, in un circolo vizioso, come quelle siano state applicate in ogni ambito della società e della comunicazione, quindi della vita quotidiana.

Le iperspecializzazioni non permettono l’integrazione di un elemento, o di un punto di vista particolare all’interno di una problematica globale. Più concretamente, le persone non sono spinte a utilizzare, o ad allenare, le capacità che mettono in relazione il mondo conosciuto, cioè il proprio mondo, con un contesto più ampio.

Nonostante che la parola ‘globalizzazione’ (termine adoperato, a partire dagli anni 1990, per indicare un insieme assai ampio di fenomeni, connessi con la crescita dell’integrazione economica, sociale e culturale tra le diverse aree del mondo) sia presente in ogni conversazione, la verità è che non siamo in grado nemmeno di pensarla.

Facciamo un esempio. Si parla tanto di analfabetismo funzionale: l’analfabeta funzionale è colui che è in grado di compiere solo alcune azioni definite intelligenti ma è totalmente ignorante al di fuori dei compiti che svolge. Questa persona si ‘specializza’ solo in una attività e non cura altre sue caratteristiche, fino a farle scomparire. Tra le motivazioni cui si attribuisce questo problema, c’è la scarsa attitudine alla lettura (ma direi, ampliando lo sguardo, la scarsa predisposizione alla ‘lettura’ di altro da sé).

Può essere considerato analfabeta funzionale, però, anche un lettore forte, che ritiene di essere superiore agli altri per questo, considerabile “solo un piccolo dittatore culturale”, come direbbe Giuseppe Montesano (Come diventare vivi. Un vademecum per lettori selvaggi, Bompiani, 2017). Ma gli analfabeti funzionali sono anche analfabeti emotivi, dal momento che non esercitano l’opportunità di ‘emozionarsi’ su aspetti diversi dalla loro abitudine o che perdono di vista l’emozione di una condivisione. Le singole voci, così concentrate sul proprio suono, non si accorgono di confondersi nel minaccioso mormorio di una ‘massa’. Generalmente, la ‘massa’ evita di porsi un problema, svicola dalla necessità di prendere una posizione critica, non sa, per esempio, perché andrà a votare e men che meno per chi. O forse lo sa, meglio, crede di saperlo perché qualcuno, che ammira e che in realtà la sta manipolando, suggerisce i nomi, e la distrae con falsi problemi.

La conoscenza acquisita nel tempo ma che il poco ‘uso’, la scarsa pratica di gesti critici, ha reso quasi invisibile, può far saltare questo meccanismo e ci permetterebbe di tornare a considerare la complessità del pensiero. Perché il pensiero complesso è aperto, creativo, multidimensionale, costruttivo e soprattutto consapevolmente non definitivo. È capace di affrontare sia l’incertezza della realtà sia la pluralità dei modelli culturali. Come dire, la paura e il diverso.

Per me l’essenziale è non sentirmi chiuso. È sentirmi polivalente, poter partecipare a tutto… Bisognerebbe che alla fine di questa meditazione io abbia tessuto i legami che necessariamente uniscono tutti i miei ambiti, che trovi il centro da cui parta il ragno-penna per tessere la tela verso tutti i punti cardinali. (Edgar Morin, Il vivo del soggetto, Bergamo, Moretti & Vitali, 1998)

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