Il primo libro non si scorda mai. Intervista con Carla Ida Salviati

Feb 04

Il primo libro non si scorda mai. Intervista con Carla Ida Salviati

Vi presento Carla Ida Salviati

Saggista e giornalista , Carla Ida Salviati ha lavorato nella scuola, è stata professore a contratto in varie Università e ha operato nel mondo editoriale. Per la casa editrice Giunti ha diretto a lungo i periodici scolastici. Consulente del Centro per il Libro e la Lettura del MBACT, è stata in giuria del Premio Strega Ragazze e Ragazzi 2016. Suoi settori di studio sono la letteratura giovanile e la storia dell’editoria, con particolare attenzione per quella educativa. Nel 2013 la rivista “Andersen” l’ha insignita del premio «protagonisti della diffusione della cultura e della lettura». Tra i suoi libri recenti: La biblioteca spiegata agli insegnanti (Editrice Bibliografica, 2014), Mario Lodi maestro (Giunti Scuola, 2015), Il primo libro non si scorda mai (Giunti, 2017).


Ne Il primo libro non si scorda mai. Innamorarsi della lettura tra i 5 e gli 11 anni, lei traccia percorsi e sollecita stimoli e suggerimenti per esercitare buone pratiche di lettura soprattutto per i bambini. “Se al centro del nostro sguardo – si legge sulla quarta di copertina – restano i bambini, se offriamo testi capaci di far loro conoscere il mondo e di riconoscersi come parte di esso, l’innamoramento è sempre possibile”. Come dovrebbero essere i libri giusti per bambini messi al centro del nostro sguardo?

Innanzi tutto devono tenere conto delle esigenze dei lettori bambini. E solo fino ad un certo punto delle voglie degli autori, degli amori degli editori, del “benpensantismo” della scuola e delle famiglie… Mi pare bello che ciascuno degli adulti elencati ci metta il meglio del proprio ruolo. Ma nessun ruolo deve prevaricare il lettore. Altrimenti sarà difficile qualunque “innamoramento”.

Quali riflessioni e quali urgenze portano a pubblicazioni come le sue?

La domanda “ma per chi scrivo?” me la sono posta parecchie volte. Certamente un indirizzo l’ha dato la collana di Giunti editore che, chiedendomi questo saggio, voleva si parlasse dei libri e dei giovanissimi lettori di oggi. Ho pensato dunque agli educatori in generale: alle famiglie e agli insegnanti in primis. Ma anche a tanti professionisti che operano a contatto con i ragazzi: bibliotecari, librai, animatori, redattori di case editrici… Mi accorgo ora, dopo più di quaranta incontri in tutta Italia, che il saggio desta interesse, domande, curiosità: anche polemiche. Non è un libro neutro e buonista. Questo era il suo scopo.

Perché si sofferma in particolare per i bambini dai 5 agli 11 anni?

Il sottotitolo (“innamorarsi della lettura tra i 5 e gli 11 anni”) rivela una delle tante piccole provocazioni contenute nel mio saggio. I cataloghi editoriali e, giocoforza, gli scaffali di librerie e biblioteche tengono rigidamente l’arco 6-10, separando i pre-scolari dagli scolari della primaria e dai pre-adolescenti. Io ho voluto allargare, “forzare” l’arco temporale consueto: i cosiddetti “anni ponte” sono molto interessanti nei processi di apprendimento della lettura. I piccoli restano spesso legati anche nella scuola primaria a personaggi molto “affettivi” e “multimediali” come Pimpa, Peppa Pig, Giulio Coniglio… Ma fenomeni simili si riscontrano anche nella pre-adolescenza: il successo mondiale della Schiappa ci dovrebbe indurre a riflessioni non troppo superficiali e sbrigative…

Sembra, però, che il problema più grave, o apparentemente tale, riguardi gli adolescenti. Esiste per loro la stessa attenzione che c’è per i più piccoli?

Da un punto di vista numerico i dati ISTAT diffusi qualche settimana fa, individuano i buoni lettori nella fascia 8-13 anni, seppure anche qui ci sia un calo. Ma i “veri non lettori” in Italia siamo noi: gli adulti. Quanto alle proposte editoriali io vedo una grande quantità di storie che escono per i preadolescenti: si pensi a Wonder, per esempio, che è un successo planetario ora prevedibilmente ampliato dal film. Si pensi a Harry Potter o a collane di grande successo come le Winx, che spopolano tra i 9 e i 12 anni… Non è la quantità a preoccuparmi: è piuttosto la qualità. Vedo tantissimi libri “d’occasione” su temi impegnati e d’attualità (multicultura, mafie, bullismo, Shoah…), tutti ispirati da sentimenti elevati. Ma sovente hanno trame esili, scritture non eccelse, personaggi stereotipati, storie scontate… insomma, per la preadolescenza molto si scrive “a tema”, “a tavolino”, come si dice in gergo.

E per i ragazzi tra i 13 e i 18? Arrivati alla scuola superiore, molti che leggevano da piccoli improvvisamente smettono di farlo, o chi non lo faceva nemmeno prima, radicalizza la sua scelta. Vedo che la maggior parte degli insegnanti impone delle letture, alcune legate ai programmi, certo, altre proposte senza nessuna attenzione ai veri interessi di quei giovani.

Ecco un altro “periodo ponte”, interessantissimo. A cavallo tra le due scuole secondarie si forma il grande lettore. Inutile illuderci, i grandi lettori sono e saranno sempre pochi, anche in passato era così. Molti sono frutto della famiglia, ma parecchi anche della scuola. Esistono insegnanti che leggono ad alta voce alle classi fino a diciotto anni (ne parlo in più passaggi nel mio saggio) fornendo un grande aiuto alla comprensione della letteratura classica e contemporanea. Ma la maggior parte lasciano soli gli studenti, e questa è una caduta. Inoltre in genere (a parte lodevoli eccezioni) la scuola ignora la produzione editoriale contemporanea dedicata agli adolescenti: eppure abbiamo ottimi scrittori e ottime collane. Penso (ne cito qualcuno) ad Annalisa Strada, a Beatrice Masini, a Francesco D’Adamo, a Davide Morosinotto, a Guido Sgardoli e a molti altri. E penso ad un’autrice francese che apprezzo molto, Marie-Aude Murail: da un paio di mesi è stata onorata con il massimo riconoscimento dal suo Paese. Ironia, coraggio, spregiudicatezza caratterizzano la sua scrittura per i “giovani adulti”. Da noi è conosciuta nelle biblioteche e dai ragazzi stessi, meno dalla scuola. E pensare che è dotata di bravi traduttori, categoria sulla quale bisognerebbe fare una riflessione ad hoc.

Che cosa si fa in Italia per la promozione della lettura? Quali sono le eccellenze o comunque le buone pratiche?

Si fa certo più di un tempo, ma altrettanto certamente non si fa abbastanza. Grandi carenze ci sono nella scuola, dove non è raro trovare ragazzi che escono dall’obbligo senza il pieno possesso delle competenze di lettura. In breve questi giovani recederanno perdendo anche il poco che la scuola ha tentato di insegnare. Sono destinati a diventare analfabeti funzionali. Però sarebbe ingiusto non riconoscere quanto anche si fa, con competenza e fatica, in tante realtà. Ogni capitolo del mio saggio si conclude con un paragrafo intitolato “Esperienze”. Io giro l’Italia da molti anni sul tema della lettura e ho incontrato persone di grande competenza, in alcuni casi vere eccellenze. Ho voluto rendere loro omaggio, ben sapendo quanti ho dovuto escludere. Diciamo che le esperienze citate sono esemplari di una realtà sommersa, che non arriva alla visibilità mediatica: e i protagonisti sono associazioni, librai, insegnanti, bibliotecari…

Quali sono, al contrario, gli interventi a suo giudizio poco opportuni?

La situazione italiana (scarso numero di lettori e competenze incerte nella lettura) chiama a raccolta un po’ tutto il mondo del libro per ragazzi. Insegnanti magari preparati nelle discipline ma ignari di didattica della lettura; editori che pubblicano libri inadatti all’età suggerita; genitori che non leggono ai figli (e nemmeno per loro stessi)… Ovviamente poi ci sono i condizionamenti sociali esterni: le ore spese per la perenne connessione sono sovente rubate al tempo libero che fino a qualche anno fa poteva essere dedicato al libro o al giornale. D’altra parte la lettura non è molto “di moda”: oggi qualunque genitore preferisce avere un figlio nuotatore o sciatore piuttosto che ‘un topo di biblioteca’… Esistono i gruppi di lettura che socializzano anche a distanza libri e storie. Ma l’atto del leggere, comunque poi lo si voglia declinare, esige anche momenti individuali, solitari. E a volte anche un po’ di impegno e di fatica… Sono tutti aspetti che nella società contemporanea non hanno grande successo.

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