Ordine e contrordine e altro ordine. Intervista con Massimo Laurenzi

Feb 19

Ordine e contrordine e altro ordine. Intervista con Massimo Laurenzi

Vi presento Massimo Laurenzi

Dopo essersi laureato in Archivistica e Biblioteconomia presso l’università la Sapienza di Roma, si è lanciato nel mondo degli archivi e a 30 anni è Owner del cantiere ‘Documenti Digitali’ di ForumPA, archivista per Bucap spa, rappresentante juniores nazionale nel consiglio direttivo dell’Associazione Nazionale Archivistica Italiana. Co-founder di Archivitaliani.it, membro della redazione condivisa Anai-Icar  del “Il mondo degli archivi”.

massimolaurenziÈ vero che voi giovani siete ‘nativi digitali’ (o presunti tali) e l’inglese e italiano per voi pari son…, ma forse per chi non conosce queste realtà potrebbe essere interessante entrare in qualche dettaglio. A cominciare da che cosa vuol dire e che cosa implica essere Owner del cantiere ‘Documenti Digitali’ di ForumPA’.

Giovane per convenzione naturalmente. Non sono un ‘millennial’ e non sono un nativo digitale. Lo scarto evolutivo che di generazione in generazione si assegna alla predisposizione e consapevolezza tecnologica è sempre lo stesso. Io percepisco un ragazzo di 20 anni nello stesso modo in cui vengo percepito da un uomo di 40. Ho consapevolezza e timore, al contrario che si possa considerare una lingua come un mero insieme di parole da utilizzare per moda o convenzione e non come strumento culturale.

Riprendo il filo. Essere Owner del cantiere documenti digitali di ForumPA significa fare parte di una comunità che si sforza di condividere e riflettere sull’evoluzione della nostra materia. Esistono problemi sostanziali nel  modo in cui il digitale ha ‘investito’ i processi produttivi, gestionali e conservativi dei documenti. Faccio un passo indietro, è bene essere consapevoli che ogni essere umano produce testimonianze e documenti e che oggi nell’era della comunicazione la ‘questione documentale’ è più che mai una ‘questione sociale’. Sforzarsi di riflettere e ridefinire i paradigmi stessi della gestione e conservazione (da un punto di vista teorico, giuridico e tecnico) evitando di replicare modi e ritmi analogici in un ambiente liquido come quello digitale è quello che si cerca di fare.

Dunque l’archivista, tra i tanti obiettivi del suo lavoro, è anche alla ricerca del proprio concetto di ‘ordine’?

Se sei cresciuto in una famiglia come la mia, ti è stato impartito il sospetto che esistano due tipi di ordine.

Quello naturale: “se mi sposti le cose non so mai dove trovarle” e quello imposto “ho spostato le tue cose perché non erano dove dovevano essere”.

Qualche anno dopo seduto ai banchi dell’allora scuola speciale per Archivisti e Bibliotecari ho appreso che  ai due ordini, il primo di matrice maschile (rappresentabile con l’orizzontalità) e il secondo decisamente femminile (fondato su di un carattere verticale)[1] se ne somma un terzo che si muove nel tempo. Un ordine “ricostruito” non un ordine proprio. La ricerca e la riproduzione di un’idea, o un disordine archetipo, che si snida nei vincoli e nelle sensazioni che le cose trattengono. Quando hai fra le mani i documenti e l’ordine di un’altra persona, sei alle prese con la sua stessa essenza. Il modo in cui ognuno di noi sedimenta e conserva è il modo in cui ognuno di noi intimamente apprende, pensa, agisce. La prima fra le qualità di un archivista, al netto delle necessarie competenze tecniche è dunque la sensibilità.

Ammetto che da archivista leggo molto e scrivo abitualmente (forse troppo) di archivistica ‘cultura’e attualità ma il valore di immaginare l’ordine o l’idea di ordine che i documenti (un concetto ampio di documento) hanno avuto o dovranno avere è la cosa che ho ancora cura di fare.

direttivo AnaiPerchè l’Anai distingue sulla base dell’esperienza se un socio è ordinario o se è junior?

Al di là delle eccezioni, ce ne sono ed è bene considerarle, potrei rispondere semplicemente: perché un archivista di qualunque età non può realmente considerarsi un professionista senza una comprovata esperienza. Se rispondessi con maggiore complessità aggiungerei: perché i nostri percorsi di studio (come d’altronde nessun percorso di studio) non producono professionisti ma solo aspiranti tali (uno studente o un ‘archivista fresco di titolo’). Perché chi non esercita la professione purtroppo non può, e non dovrebbe, considerarsi un ‘archivista’ (con tutti i drammi connessi alle difficoltà lavorative, da dipendente come da libero professionista, a maggior ragione per i giovani) infine perché un’associazione coerente e consapevole dovrebbe attribuire un valore alla formazione, e un altro valore alla formazione.

Hai lavorato come libero professionista. È stata una scelta consapevole o necessaria? Quali sono i problemi e quali le gioie.

Smesso i panni di studente a tempo pieno a un certo punto ho fondato (non da solo chiaramente) il blog archivitaliani.it, un progetto che ieri come oggi sperava di ‘legare’ gli archivi al web e alla comunicazione (in parte ci siamo riusciti, in parte continuiamo a lavorare). Con archivitaliani ho avuto una buona scusa per entrare negli archivi, parlarne e in alcuni casi lavorarci. Nello stesso momento ho compreso il valore della libera professione e ho iniziato ad esercitarla.Archivitaliani

Rappresentare ora a posteriori idealmente la libera professione nei beni culturali è un’ esercizio complesso per più ordini di motivi. C’è chi la sceglie consapevolmente, e porta avanti battaglie per tutti gli altri e chi la esercita per necessità sentendosi sempre un precario e mai un consulente.

Come ho scritto in un editoriale sul Mondo degli Archivi: “Consulente, precario o volontario? La libera professione al tempo dei 500 funzionari Mibact “ ritengo che una specifica e solida considerazione e tutela del lavoro autonomo, in modo particolare nell’universo dei beni culturali sia una necessità non solo per i lavoratori stessi ma anche per le istituzioni culturali di cui essi supportano le attività di tutela e valorizzazione. Malgrado ci sia ancora moltissimo da fare occorre rilevare ed apprezzare i numerosi passi avanti. le Norme UNI che regolano e definiscono i profili professionali; la legge 4/2013; l’impegno di associazioni come Colap, Acta e Coalizione27 febbraio; gli elenchi ministeriali di professionisti accreditati e l’attuale e importantissimo dibattito sui lavori in corso per la definizione di uno statuto per il lavoro autonomo previsto dalla legge di stabilità 2016 incentivano la speranza che la fragilità della libera professione possa venire attenuata.

Quindi gioie e dolori si mescolano, così come si sovrappongono le tipologie di lavori e di progetti…

Puoi dire che fai molte cose per dirne che ne fai solamente una: l’archivista. Mi diverte e molto “comunicare” gli archivi. Archivitaliani e il Mondo degli archivi vanno in quella direzione. Oggi (al netto di non pochi squilibri) tutto è comunicazione. Non puoi mica sentirti esente perché sei alle prese con una documento del ‘500 o stai gestendo un flusso di metadati. Io da Archivista ‘non convenzionale’ ho messo fra i miei traguardi quello di far arrivare una pagina social che parla solo di archivi a diecimila followers.

Allo stesso modo quando me lo hanno permesso ho riordinato e messo a posto documenti storici, altre volte mi sono cacciato in soffitte e sotterranei con gli occhi e la testa fra le carte ‘dimenticate e trattenute in locali di deposito”. Ho faticato e fatico tutt’ora rompendomi la testa con principi giuridici e Informatici e scelto di fare parte di un’associazione per difendere la mia professione.  Una volta ho anche scritto un  manifesto che spinge gli archivisti a riflettere sulle loro capacità di relazione, comunicazione e sulla loro necessaria evoluzione.

Con soddisfazione profonda, mi rendo conto che essere Professionisti nei beni culturali ha ancora un valore importante.

Da archivista, mi diverte riflettere ‘strutturalmente’ sul concetto di Bene culturale. La complessità dei diversi punti di vista al netto delle differenti  applicazioni: da materia a materia, da bene culturale a bene culturale, da professionista a professionista finisce per condensarsi in due comuni momenti:  Valorizzazione e Tutela.

E’ una responsabilità ipotizzare e definire una tutela diffusa. ‘Diffusione’ intesa come strumento di istruzione, condivisione e conoscenza ma è altrettanto necessario ancorare questa esigenza ad  una consapevolezza funzionale. Necessariamente una migliore tutela passa per una maggiore valorizzazione.

Lo sforzo che i professionisti dei beni culturali, dovrebbero fare  continuamente è scoprire e mostrare nel loro ruolo e del patrimonio che contribuiscono a tutelare, gli elementi  ‘universalmente’ e non solo ‘culturalmente’ rilevanti. Non tutti considerano la cultura un valore sociale, ma tutti beneficiano dell’evoluzione sociale che la cultura promuove.

[1] Tutti gli uomini che conosco mettono ordine distribuendo, al contrario tutte le donne finiscono per impilare cose nel tentativo di produrre ordine. La mia è bene precisarlo è una prospettiva del tutto personale. Sono consapevole che per alcuni e alcune di voi potrebbe risultare un affermazione ‘terribilmente discutibile’.  charlie brown

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