Noi non siamo in guerra

Apr 07

Noi non siamo in guerra

Vorrei che si smettesse di parlare di guerra. Noi non siamo in guerra. La guerra è un’altra cosa. In guerra, il più delle volte, un paese entra in conflitto con un altro per un motivo, vero o presunto, e i soldati si sparano addosso. È uno scontro armato, tra Stati, o tra gruppi organizzati etnici, sociali, religiosi. È violenza, contro le persone e le cose. In guerra i civili per non morire devono fuggire. In guerra vengono usate armi che non danno scampo. In guerra c’è la fame. In guerra città intere vengono distrutte. In guerra l’angoscia è data anche dall’insensatezza umana che uccide e fa prigionieri, che tortura, che volontariamente nega la vita. Potremmo ricordarlo, quando leggiamo o guardiamo della situazione nei campi profughi. Chi torna dalla guerra non è più se stesso, a volte si perde nel silenzio.

Di guerra, nella mia vita, ho solo letto, e non parlo di romanzi. Leggo ciò che accade lontano da qui in altre parti del mondo; ho letto, per lavoro, i diari e le lettere dei soldati delle guerre del Novecento.

Quando leggo di guerra mi pare di avere un velo che offusca gli occhi. È il cuore, e anche la mente che non possono andare più avanti nella lettura senza provare dolore, dispiacere, senza poter frenare la commozione. Accade quando si capisce che certe parole sono state scritte in situazioni di fatica enorme. Di fatica esistenziale. Con la paura di morire ma anche di vivere in quel modo. Con l’orrore che accompagna sempre chi vive la guerra. Chi vi è costretto, ma anche chi parte con convinzione prima o poi si scontra con l’orrore. Più che di uno scontro in effetti, è un immergersi, come nelle sabbie mobili. Increduli di non poter tirarsi fuori. La vita mi ha portato ad ascoltare la voce di una persona che la guerra l’ha vissuta e che mi ha raccontato della sua esperienza di soldato in Somalia. In particolare, mi ha parlato di ciò che accadde il 2 luglio 1993, il giorno dell’agguato agli italiani al Checkpoint Pasta a Mogadiscio – lo ricordiamo tutti – e la sua ricostruzione degli eventi mescolava azione ed emozioni.

Mi ha detto della paura di cui non ci si rende conto subito perché l’adrenalina è al massimo. L’adrenalina porta a compiere azioni che mai potresti prevedere di poter fare e ti stupisci di quanto tu sia stato lucido e coraggioso e audace ed efficace. Quando l’adrenalina finisce, torna la paura che per anni ti fa svegliare la notte urlando. Mi ha detto di mesi e mesi di preparazione che non potranno mai preparare a quello che deve affrontare un soldato. Mi ha raccontato della tensione insostenibile durante il rastrellamento seguito all’agguato, quando si cercavano gli aggressori armati: di un’ombra vista con la coda dell’occhio al primo piano di una di quelle case distrutte (come distrutta era l’intera città già prima dell’arrivo delle forze di pace) e dei proiettili partiti dalla sua arma. Mi ha parlato dell’angoscia che ancora l’accompagna al pensiero di aver colpito qualcuno. Gli sono grata per il suo racconto, anche se ogni volta che ci penso avverto un malessere. Perché non sapevo niente. Avrei potuto immaginare forse, ma non mi sarei mai nemmeno avvicinata alla realtà di una guerra, perché, fino a quel racconto, l’avevo solo letta. E comunque non l’ho vissuta*.

Noi non siamo in guerra. Dicono che è la terminologia bellica a renderci docili e obbedienti, probabilmente uniti mentre ‘lottiamo’ contro la malattia che tenta di ‘abbatterci’, di cui siamo ‘vittime’. Sono queste parole a farci cercare un ‘nemico’, il virus, ma è un nemico anche chi lo ha diffuso e chi è accusato di propagarlo. E monta la rabbia, che è solo paura. Dobbiamo trovare altre parole, anche per essere pronti quando tutto questo finirà. Dobbiamo trovare la soluzione per guarire chi si è ammalato e per restare sani. Possiamo farlo rispettando noi stessi e gli altri, consolidando il senso di appartenenza alla comunità, collaborando in tutte le forme che ci sono permesse e che conosciamo benissimo con chi sta lavorando disperatamente perché non si muoia più per il Coronavirus. Non siamo uno contro l’altro come in guerra, siamo insieme, per vivere.

 

* Questa, insieme ad altre storie della sua vita, Marco Danielli l’ha raccontata anche in un libro Uscita di sicurezza, pubblicato per Antipodes nel 2015.

Articolo apparso sul Trentino il 24 marzo 2020

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