Fraintendimenti, ossia, Anche i migliori ci cadono

Dic 03

Fraintendimenti, ossia, Anche i migliori ci cadono

Senza troppo riflettere ‘lancio’ sul tavolo alcuni fraintendimenti registrati tra i cosiddetti produttori di ‘cultura’, fraintendimenti con i quali io stessa ho avuto a che fare e che hanno avuto, in me, l’unico effetto di suscitare (ancora) amaro stupore:

1) la diffusa idea della mancanza, nello storico, di un’anima e di una capacità di riflessione altra (cioè umana) rispetto all’approccio critico dell’uso delle fonti. Ciò che dimostra che nessuno sa come si approcciano le fonti, con quale atteggiamento mentale, quale sensibilità, oltre che con quale necessaria preparazione. E anche che nessuno sa che al centro dell’interesse dello storico c’è proprio l’uomo. Per non parlare del fatto che perfino gli storici possono amare la poesia, per esempio (aldilà della considerazione che alcuni storici, in quanto facenti parte del genere umano, possano effettivamente essere privi di umanità e/o capacità di riflessione tout court…);

2) il distacco e spesso il disprezzo dimostrato per chi si occupa di divulgazione, di una divulgazione seria e impegnata fatta da coloro che decidono di condividere saperi e metodi con persone che non hanno il loro stesso sapere e metodo. Ciò che dimostra che molti non sanno che cosa implichi fare divulgazione o, diocenescampi!, addirittura didattica, magari con giovani e bambini. Solo per portarvi un esempio, spesso mi viene detto che il mio lavoro con i giovani è squalificante… e poi si lamentano dei giovani (oltre che di me, naturalmente, che ormai sono stata squalificata);

3) la quasi totale distruzione dei beni culturali è dovuta al più grande tra i fraintendimenti, quello secondo il quale la cultura è inutile orpello: a partire dal concetto di bene culturale, a finire al ministero che dovrebbe occuparsene e alla disattenzione nei confronti dei singoli progetti, di qualsiasi genere essi siano. Ciò che dimostra che quasi nessuno, a cominciare da molti che si occupano di beni culturali, a dire il vero, ne ha compreso l’effettivo valore, direi anche, l’importanza vitale per una società;

4) e, dall’altro ‘lato’, il fraintendimento di coloro che ritengono di non essere dell’‘ambiente’ (ma quale?!): l’incapacità o la non-volontà di capire che tipo di lavoro sia quello del ricercatore, definito anche ‘surreale’, probabilmente nel senso di inutile per la società.

Eppure, ci sono persone che nonostante operino nella cultura (insegnanti, bibliotecari, archivisti, ricercatori, conservatori museali, musicisti, autori, illustratori, editori, librai, per dirne solo alcuni), sono estremamente utili alla società nell’immediato, nel futuro prossimo o lo saranno per le prossime generazioni.

Scriveva lo storico Marc Bloch: «Che cosa rende legittimo uno sforzo intellettuale? Non si può dire che il valore di un’indagine sia determinato dalla sua capacità di servire all’azione. È impossibile sapere a priori se le speculazioni in apparenza più disinteressate non si riveleranno un giorno di grande attività pratica».

Davvero dobbiamo continuare a discutere su a che cosa serva la cultura o su che cosa serve alla cultura?

C’è senz’altro la coscienza della sua utilità, ma non l’abitudine, il metodo, la concessione a una fatica per la conoscenza, in senso lato. Leggiamo di indagini che parlano dell’importanza di leggere fin da piccoli, di quanto sia fondamentale conoscere il proprio territorio per poterlo difendere, e poi? Quel che accade è spesso nulla, o poco, o fuorviante. Anche se, bisogna dirlo, quel poco è spesso prezioso, ma affidato alle capacità di singoli.

Temo che sarà meglio continuare a discutere, con qualche concessione alla polemica (permessa solo a chi dalle parole passi all’azione). Chissà che prima o poi, uno alla volta, si riesca a convincere qualcuno che usare il congiuntivo e riappropriarsi della propria lingua è bello e giusto, oltre che di soddisfazione visto che lo scambio di parole diventerebbe più efficace. Che conoscere la propria storia permetterebbe di fare un salto di qualità, che essere curiosi, in fondo, non porta a ficcare il naso negli affari altrui, oppure, nel senso buono (?) a leggere di più o a visitare molte mostre e siti archeologici, ma anche a sapere come si fanno le domande, poi a sviluppare un senso critico, quindi a difendersi da coloro che dicono che non serve…

(e taccio sugli effetti che tali fraintendimenti creano nella vita quotidiana dei più che si occupano di produrre cultura, di cui ho già parlato altrove: Chi mangia con la cultura? )

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