Facciamoci una domanda. O due…

Giu 23

Facciamoci una domanda. O due…

Ieri mi sono comportata male nel cosmo.

Ho passato tutto il giorno senza fare domande,

senza stupirmi di niente.

Ho svolto attività quotidiane,

come se ciò fosse tutto il dovuto.

(da Wisława Szymborska, Disattenzione)

Quando avvio i miei corsi, i primi obiettivi che dichiaro di voler raggiungere insieme ai giovani studenti sono due, per cominciare. Poiché devo insegnare loro i fondamenti della codicologia, quindi di una disciplina che si occupa di epoche e di libri antichi, la prima questione da affrontare è la conoscenza e l’uso delle fonti storiche.

Per comprendere come scegliere e interpretare le fonti che potrebbero essere utili alla nostra ricerca, è importante imparare a interrogarle. Ed è vitale imparare a fare domande, a farsi domande per sapere che cosa cercare.

Va da sé che essere capaci di fare domande, di farsi domande, non porta un vantaggio solo nello studio dei manoscritti medievali, ma in qualsiasi disciplina, e, direi, in qualsiasi ambito della nostra vita.

Insegnare a fare domande non è semplice, ma nel mio piccolo vorrei raggiungere un altro obiettivo, non dichiarato, che è la consapevolezza di sé.

Nume ispiratore, per me, è Danilo Dolci. Sia chiaro che ognuno di noi ha un modello, un nume ispiratore, appunto, qualcuno in cui ci imbattiamo più o meno casualmente e che con i suoi scritti, con le sue azioni, ci ‘indica’ il modo di raggiungere la soluzione di cui eravamo alla ricerca. Di certo, quel nostro nume ispiratore non è stato l’unico a operare, a pensare, ad agire in modo così illuminante – e di questo dobbiamo essere consapevoli, per non smettere di cercare -, ma poiché per noi è diventato importante, sarà un punto di riferimento.

Sull’arte di fare domande vedo molti manuali e corsi e il web pullula di consigli: domande per superare un esame, domande per prepararsi al colloquio di lavoro, l’arte di fare domande nel coaching… Ma il saper fare domande non riesco a vederlo come un’arte, piuttosto come una necessità. Altrettanto necessario, è ampliare lo spettro di motivazioni per imparare a domandare. Sull’ampliamento dello sguardo tornerò di certo in altra occasione.

Per quanto mi riguarda, la conoscenza di Danilo Dolci e della maieutica da lui utilizzata mi ha fornito di nuovi strumenti, piuttosto efficaci, a quanto ho visto finora, non solo nell’insegnamento, ma anche nel mio modo di pensare.

La maieutica è il metodo ‘per tirar fuori’. È Socrate il primo che ne fa una teoria: di sé diceva di essere simile all’ostetrico, poiché non presumeva di produrre o inculcare agli altri la verità, ma voleva piuttosto aiutare gli altri a ritrovarla in se stessi e a trarla fuori dalla propria anima.

Danilo Dolci concepiva la domanda come stimolo per un nuovo modo di collocarsi e di vedersi, quindi come possibilità di imparare a ri-conoscersi e dunque a proiettarsi fuori da sé. L’obiettivo era di riuscire ad andare oltre l’apparente, cercando di scoprire il non-noto, ciò che è velato dalle tradizioni, dalle consuetudini, dagli stereotipi.

Dolci, come aveva già sperimentato Socrate, ha fatto della maieutica il metodo per portare il discente alla graduale e autonoma scoperta della verità (di se stesso).

Ma non porta solo all’apprendimento, porta anche a una consapevolezza del proprio valore, del proprio potere, dà spazio al bisogno di farsi sentire, di valorizzare la propria esistenza.

Il dialogo per la conoscenza è la ricerca di una risposta. Chi fa le domande costruisce insieme a un interlocutore lo scambio per arrivare a una risposta. La differenza tra i due potrebbe stare nella capacità di porgere la prima domanda e di incalzare il ragionamento con le successive, che non tiene conto di una presunta conoscenza dell’interlocutore, ma della sua coscienza di essere in grado di costruire la risposta: una coscienza che, se manca, dev’essere sollecitata.

La capacità di interrogarsi e di porre domande, quindi, non porta solo all’apprendimento, ma anche a una consapevolezza del proprio valore, del proprio potere, e dà spazio al bisogno di farsi sentire, di valorizzare la propria esistenza.

A questo punto, la persona può trovare spazio, senso e importanza all’interno della comunità di appartenenza.

Dunque, ciò che fa la differenza è la consapevolezza.

La consapevolezza muove la testa e l’anima, e quello che conosciamo diventa concreto, efficace, importante. La qualità della nostra vita può solo migliorare.

La consapevolezza rende possibile riconoscere le nostre emozioni così da saperle finalmente esprimere; ci guida nell’analisi del mondo (scritto e non) e ci permette di vedere le scelte altrui, di porre delle domande, di farci venire dei dubbi.

Ma soprattutto, la consapevolezza di ciò che sappiamo ci porta a conoscere di più noi stessi e il nostro valore, la nostra capacità di relazionarci con le persone e con la realtà esterna. Ci aiuta a non diventarne succubi ma a viverla davvero.

La consapevolezza può essere sollecitata e, possiamo dire, educata dalla lettura, dagli strumenti che la lettura ci offre. La lettura di libri ma anche la ‘lettura’ della realtà con uno spirito critico, che vada oltre il dato, e che parte da una forte coscienza di sé.

Proviamo ora a chiederci che cosa implichi non rendersi conto di poter essere decisivi nel progresso sociale e culturale della comunità in cui viviamo. La scelta si pone tra subire la mole di informazioni e di situazioni incontrollate e incontrollabile o avviare l’esercizio al dubbio, cioè al pensiero critico.

Ho cominciato a porre domande perché non sapevo (Danilo Dolci)

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *