Dai, leggi un buon libro…

Apr 18

Dai, leggi un buon libro…

Serve un ‘buon libro’ – più d’uno – per avere un po’ di sollievo a questa forzata astinenza dalla socialità, lo dicono tutti. Che sia buono il libro, rassegnatevi, lo scoprirete solo dopo averlo letto. Fin dal primo momento molti librai, anche in Trentino, hanno organizzato un servizio di consegna a domicilio e ora che hanno dovuto chiudere i negozi utilizzano le loro pagine facebook per mantenere i contatti con gli affezionatissimi clienti. Tra i tanti settori che sono in crisi, quello del libro e dell’editoria è in ginocchio perché in difficoltà già in partenza. Il 60% delle case editrici ha già attivato la cassa integrazione o la sta programmando. È per questo che è importante apprezzare ogni gesto da parte di librai, bibliotecari, editori e professionisti del patrimonio librario, molti dei quali stanno mettendo a disposizione le loro competenze del tutto gratuitamente (è l’emergenza, d’accordo, ma ricordatevi che non è giusto).

Ma torniamo al libro. Presto un libro e porgo un oggetto, ma se consiglio un libro, intendo la storia. Che cos’è allora? Il contenuto o il contenitore? Entrambi, e non basta. Dobbiamo aggiungere gli elementi paratestuali, che permettono il legame tra l’autore, l’editore e il lettore.

È stato il critico letterario Gérard Genette a coniare il termine ‘paratesto’ per indicare l’insieme di elementi testuali e grafici che sono di contorno a un testo e che lo prolungano nel tempo e nello spazio. Mi piace questa definizione, che prosegue: “Il paratesto viene aggiunto al testo per presentarlo, nel senso corrente del termine, ma anche nel suo senso più forte: per assicurare la sua presenza al mondo” (Soglie. I dintorni del testo, Torino 1989). Alcuni paratesti si trovano ‘intorno’ al testo principale, e si chiamano peritesti (perì, in greco, intorno). Frontespizi, titoli, prefazioni, ma anche note e commenti, sono tutti peritesti e alla fine del volume se ne trovano altri, postfazioni, indici. È tramite questi che l’autore e l’editore ‘dialogano’ con il lettore, lo attirano, lo avvolgono, lo rendono consapevole. Le prefazioni sono lo specchio dei tempi più dell’opera che accompagnano, seguono la moda e «mutano come l’abbigliamento. Lunghe o corte, audaci o castigate, tutte a postino o sciatte, crucciate fino al rimorso o spinte fino all’insolenza, a volte non si lasciano scappare interamente d’occhio i punti deboli del libro, altre vengono colte da cecità, altre ancora li riconoscono meglio di chiunque altro; la prefazione ha dato un assaggio del prodotto, quando non il retrogusto» (Nicolaus Notabene [Sören Kierkegaard], Prefazioni. Lettura ricreativa per determinati ceti a seconda dell’ora e della circostanza, Milano 1990). Sono peritesti anche il formato e le dimensioni di un libro. Il font di un carattere viene scelto per la sua efficacia comunicativa a seconda del contenuto e in base al lettore che deve ricevere quel testo. La comunicazione di un’opera avviene anche al di fuori del libro che la contiene, con gli epitesti, appunto (epì, in greco, fuori): un’intervista all’autore, una fascetta su cui si grida al capolavoro, oppure una recensione. Conoscere la vita di un autore, poi, produce un modo diverso di leggere la sua opera (paratesto fattuale). Pensiamo a Proust e al fatto che fosse di origine ebraica: siamo in grado di leggere la sua opera anche senza questa informazione, ma averla ci porta ad averne una diversa percezione. Goliarda Sapienza racconta di aver fatto la fame pur di scrivere e se leggiamo l’Arte della gioia, forse riusciamo a cogliere tra le righe anche la sua disperazione. Sandro Bonvissuto è forse il più bravo scrittore italiano al momento, fa il cameriere e vive ogni giorno la sua lacerazione tra le necessità di un lavoro e l’urgenza di una scrittura di cui gli siamo grati.

Se amiamo una storia in particolare, la cerchiamo nell’edizione che ci ha permesso di conoscerla. Vogliamo quella copertina, quel modo di segnare i paragrafi, quei caratteri. Che importa se le nuove edizioni sono più aggiornate ed eleganti. Amiamo quella storia e anche l’oggetto di carta che ce l’ha portata tra le mani e sotto gli occhi: è quello il nostro libro.

 

 

Articolo pubblicato sul quotidiano ‘Trentino’ l’8 aprile 2020

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