Voglio essere libero

Ago 11

Voglio essere libero

 

Libero come un uomo, diceva Gaber, ma voglio essere libera anche come una donna. Che vuol dire essere liberi? Che vuol dire libertà? Il Dizionario Treccani propone molti significati, i primi nel senso opposto a prigionia, schiavitù. Uno Stato libero è quello che si governa con leggi proprie e non è asservito a una potenza straniera.

Poi, intuiamo come la libertà possa essere presunta o reale: si crede di essere liberi e invece soggiaciamo a regole, costrizioni (fisiche, morali, psicologiche) imposte da un’autorità, da comportamenti sociali, dal gruppo familiare, e via così. Non ce ne rendiamo conto fino in fondo, a volte, ma capita che si avverta un disagio cui non sappiamo dare il nome. La mancanza di libertà e anche l’aspirazione alla libertà portano dolore, perché la si cerca, ci si illude di averla, oppure perché per ottenerla si fanno sacrifici, rinunce, si rischia la vita. Si perde la vita: in guerra, in mare, in carcere. Nel passato e anche oggi. Ecco, a dirla così non sembra troppo interessante, la libertà.

Generalmente la lotta per ‘una’ libertà, di parola, di pensiero, d’azione è un atto generoso, perché è quel genere di lotta che, pur partendo da uno o da pochi, poi coinvolge anche gruppi più ampi di persone, alcuni consapevoli e partecipativi, altri meno: libertà è partecipazione.

Il risultato della lotta può perfino durare nel tempo, nel bene e nel male. Tipo la lotta contro una dittatura, contro la negazione di una libertà di scelta, dal diritto all’aborto al diritto di vivere dignitosamente, al diritto alla giustizia.

Una donna è libera di scegliere di esserlo, di fare paura perché è libera, quando guida navi, o treni o popoli, e quando dice quello che pensa. Lo è ora più di un tempo, di certo, ma non dappertutto e non sempre. Penso alle donne che hanno imparato a scrivere e a leggere contro la volontà di tutti, quando l’unico compito era badare alla casa e occuparsi della famiglia e l’unica scuola consentita era quella in cui si insegnavano i ‘lavori donneschi’. Di fronte a casi di ingegno femminile era genuino lo stupore, e lo era anche lo sdegno che spesso si trasformava in azioni repressive. Le donne che decidevano di andare oltre tali imposizioni, sfidavano le regole e cercavano una forma di libertà che veniva negata perché, si sa, il pensiero critico porta all’autodeterminazione.

Il Dizionario continua: «è la facoltà di pensare, di operare, di scegliere a proprio talento, in modo autonomo; è il presupposto della possibilità e della libertà del volere, che a sua volta è fondamento di autonomia, responsabilità e imputabilità dell’agire umano». Il corsivo è mio. È possibile determinare il tipo di libertà, che può essere religiosa, morale, sociale, politica.

Bernardino Ochino era un frate cappuccino che, nella prima metà del Cinquecento, predicava sull’esperienza spirituale della religiosità, criticava la condotta poco esemplare di chierici e laici, e, soprattutto, credeva nel pensiero libero anche nelle questioni religiose. L’audacia e l’originalità della sua predicazione lo resero famoso, ma la sua parola di libertà attirò l’attenzione dell’Inquisizione. Per questo, nel 1542, lasciò l’abito e si rifugiò a Ginevra, tra le braccia di Calvino, che lo spinse a continuare la predicazione anche tra i riformati. Ochino era un predicatore della ‘libertà dello spirito’ e dell’annuncio evangelico della Parola, e volle superare le Alpi credendo di poter condividere aspettative e pensiero.

La predicazione del libero pensiero e la critica all’intolleranza, però, costrinsero Ochino ad allontanarsi anche dai riformati. A scappare. Morì nel 1564 in Moravia, considerato eretico dai cattolici e dai protestanti. Ancora oggi, Ochino non è ‘collocabile’ in alcun contesto, perché la sua diversità (la sua libertà) risulta incompatibile con qualsiasi forma di potere, anche religiosa.

Di fronte a tutta questa fatica, comincio a chiedermi se la libertà sia davvero così conveniente… Eppure, se la libertà non c’è, manca l’aria e non si può più respirare.

 

 

L’immagine che ho scelto per questa riflessione è di un’opera di Arseniy Lapin

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Scusi, noi ci conosciamo?

Lug 25

Scusi, noi ci conosciamo?

La conoscenza è «l’atto del conoscere una persona, dell’apprendere una cosa»; è, anche, la «facoltà, capacità di conoscere, d’intendere» (Dizionario Treccani ).

A leggere così, sembra semplice eppure è complesso.

Per conoscenza intendiamo ogni forma di apprendimento: dalla percezione, dall’intuizione all’acquisizione di un ‘qualcosa’ e della sua natura grazie a un’esperienza tattile, a una lettura, a uno studio, a uno scambio verbale o in seguito a una introspezione. Pensare a questi e ad altri strumenti grazie ai quali accediamo a una conoscenza, ci fa riflettere su come la faccenda sia piuttosto complicata.

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Una nuova avventura!

Lug 24

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Amici! Sono contenta! Credo di aver cominciato una nuova avventura… Dopo il primo articolo dedicato a ‘Storia e memoria’, ecco quello dedicato alla ‘parola’ Cultura, apparso domenica 2 luglio, sul ‘Trentino’, uno dei quotidiani di Trento. Grazie al grande direttore Paolo Mantovan per la sua accoglienza

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