Abuso di memoria

Giu 16

Abuso di memoria

Cari i miei dieci lettori,

pur immaginando che non abbiate sentito la mia mancanza, vorrei scusarmi per la prolungata assenza da questi schermi. Torno a scrivere sul blog perché vorrei portare alla vostra attenzione alcuni argomenti che mi sono a cuore.

Vedo, sento, percepisco il bisogno (l’urgenza), il mio e quello di persone che conosco e incontro, di ricominciare da capo, di avere risposte ma anche di potermi procurare gli strumenti per fare domande, cioè per osservare con spirito critico ciò che stiamo vivendo e quindi reagire con efficacia.

Per questo, ancora come sempre ho fatto, insisto con il dire che è necessario ripartire dalla cultura, la cultura intesa come conoscenza e consapevolezza di sé e della complessità della realtà. Di più, vado oltre e vi annuncio che sto per parlare di storia.

In queste ultime settimane, a difesa della traccia di storia eliminata dall’esame di maturità, c’è stata una grande mobilitazione di intellettuali e insegnanti (anch’essi intellettuali, ovviamente) che ha avuto come risultato dichiarazioni di varia natura e forza, raccolta di firme, forse, non molto altro, credo… Mi pare di aver letto che la responsabilità del disinteresse nei confronti della storia sia da attribuire agli insegnanti delle scuole inferiori e superiori. È a loro che si chiede di coinvolgere i giovani e di aprire le loro menti all’importanza della storia. Peccato che, nel tempo, le ore (ore di 50 minuti…) dedicate a questa materia siano state diminuite, e che, soprattutto, non ci sia mai stato un vero e proprio percorso didattico dedicato all’insegnamento della storia. Nelle scuole italiane, quindi, ci sono insegnanti che utilizzano la loro esperienza di ricerca fatta all’università, e quelli che portano in classe la loro passione o il loro disinteresse, e di conseguenza strumenti didattici più o meno raffinati.

Ma la grande mobilitazione ha continuato a parlare dell’importanza di custodire la memoria, eppure la storia non è questo. Della parola ‘memoria’ in questi ultimi decenni si è fatto molto uso, direi anche un abuso.

Ai concetti di storia e di memoria, così confusi, si aggiunga il concetto di ‘tradizione’, che pure si adatta al contesto e ai diversi obiettivi (come la memoria), attraverso un processo di appropriazione e di adattamento secondo la logica di un gruppo sociale. In Italia pullulano presunte tradizioni di origine medievale, per fare un esempio banale, che nei documenti antichi non risultano in alcun modo. Ma pensiamo ai ruoli, per esempio, che per tradizione possono essere affidati a un uomo o a una donna all’interno di una famiglia o di una comunità; a tradizioni che possono essere pericolose per l’incolumità delle persone, dai botti di capodanno all’infibulazione (estremi e paradossali, così accostati, ma entrambi sono il risultato di una tradizione).
La memoria offre una sola prospettiva, singola o collettiva di un’esperienza condivisa. La memoria è selettiva, indotta da emozioni e sentimenti. La memoria è ciò che i genitori raccontano ai figli e che i figli ascoltano e riadattano alle loro conoscenze ed esperienze. Per loro ciò che hanno imparato è la verità, è la loro personale verità di un’esperienza.

La memoria è fragile. Quanto tratteniamo di ciò che ci viene tramandato? Quanto comprendiamo dell’esperienza altrui non avendola vissuta? Quanta consapevolezza c’è (nessuna, è ovvio) di aver partecipato a un momento importante della storia della nostra comunità?

La necessità, avvertita da uno o più gruppi sociali, di ricordare un fatto storico attraverso una ‘commemorazione’ nega la complessità della realtà perché offre un punto di vista soggettivo, cioè legato alla propria esperienza, negativa o positiva, di un determinato fatto. Si pensi alle polemiche rivendicazioni di giustizia ‘storica’ quando si parla del giorno della memoria dedicato alle foibe contrapposto alla celebrazione del 25 aprile. Eppure sono entrambi fatti di un periodo storico importante e tragico, come molti altri di cui non si parla, ma che vengono discussi sempre in contrapposizione da coloro che hanno un’esperienza di quella storia e ritengono che sia l’unica vera (e anche da chi cavalca il dolore altrui a propri fini).

È stato detto che il motivo, o uno dei motivi, per cui nei manuali si studiano le guerre e non la vita quotidiana è perché la guerra sconvolge la vita di tutti, mentre ognuno ha una ‘esperienza’ della guerra, e dunque la sua memoria, così come accade per altri eventi.

La storia è la capacità di andare oltre la memoria di ciascuno perché deve provare ciò che dice, deve spiegare in base a che cosa si fornisce una versione dei fatti. Deve fare, cioè, riferimento ai documenti. I documenti non sono solo quelli d’archivio. Possiamo fare storia in molti luoghi: in archivio (e quanti tipi di archivio esistono?), in biblioteca, in museo, ma anche guardando foto, filmati, film e anche osservando un paesaggio. E su come questo sia possibile, ne scriverò in altro momento.

Il compito dello storico non si esaurisce in un racconto veritiero dei fatti: oggi soprattutto il suo racconto, basato su un metodo di interrogazione delle testimonianze, delle fonti, è chiamato ad alimentare saperi, a trasmettere conoscenza, a confrontarsi con gli altri mille tipi di racconto storico.

Il grande problema si crea quando si realizza il desiderio di semplificazione/banalizzazione che è spesso negli intendimenti del potere, di un’autorità, che ha bisogno di far passare un unico punto di vista, il proprio.

Questo problema diventa enorme quando in nome dell’esigenza di pochi si riscrivono i libri sostituendo la storia con la ‘memoria’, una memoria indotta e non condivisa, quindi molto pericolosa.

Non voglio contrapporre la storia alla memoria. Sono concetti diversi, entrambi imprescindibili per una comunità. Quello che credo è che si debbano ri-conoscere le differenze, di significato e di portata psicologica e sociale, e mi pare che tali differenze oggi siano confuse, sapientemente mescolate da chi ha lavorato molto bene in questi ultimi decenni per eliminare gli strumenti di cui le persone hanno bisogno per interrogare e per capire. E per reagire.

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